Archive from febbraio, 2011
Feb 26, 2011 - MUSICA    No Comments

IL GIUDIZIO DI ELEONORA – ACOUSTIC LIVE

Grande appuntamento con “La rivoluzione del rock italiano” – Concerto de Il Giudizio Di Eleonora in quintetto acustico (Voce, chitarra, contrabbasso, violino e percussioni) con numerosi ospiti a sorpresa.

 

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ELFA Promotions ed Eleonora Giudizi vi invitano sabato 26 febbraio 2011 a partire dalle ore 22,00 per assistere ad una delle esibizioni live più emozionanti nel panorama musicale romano.

Vi aspettiamo carichi, entusiasti, curiosi all’Acoustic Live@Caffè Letterario in Via Ostiense 95 – Roma.

Uno spettacolo da non perdere assolutamente.. Non ve ne pentirete.

Promozione artistica ELFA Promotions
http://www.ilgiudiziodieleonora.com

Feb 24, 2011 - TEATRO    No Comments

LE BUGIE HANNO LE GAMBE LUNGHE E PURE…


Sergio Giuffrida, Fabian Grutt
e Shara Guandalini

in

LE BUGIE HANNO LE GAMBE LUNGHE
E PURE I TACCHI A SPILLO


Commedia brillante in due atti scritta da Perelli, Giuffrida e Grutt con la collaborazione di Mauro Berti

SCENOGRAFIE
Mauro Berti

REGIA
Gorjana Ducic

Ufficio stampa
Rocchina Ceglia

in collaborazione con ELFA Promotions

Dal 24 febbraio al 13 marzo 2011
All’ ACCENTO TEATRO
Via Gustavo Bianchi 2A (Testaccio)
Info e prenotazioni:
www.accentoteatro.com
065728981

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Due lui e una lei.
Una casa. Due stanze. Due inquilini. Due fantastici sognatori ma soprattutto due bugiardi di professione.
Una donna. Bellissima. Per tutti e due la stessa. Ma loro non lo sanno.
Due attori che fanno di tutto per sopravvivere meno che gli attori. Ma gli altri non lo devono sapere.

Pasquale Cannavuolo (Fabian Grutt), è napoletano doc che si ispira alla tradizione russa di recitazione per risultare più alternativo. Pigro e bugiardo, sostiene che l’essenza della vita sta nella minor fatica. Scopo della sua vita? Fare l’attore.

Rocco Pastoni (Sergio Giuffrida), romano de Roma, ama la musica tecno e gli attori americani.. Nevrotico e bugiardo. Scappa dalla vita in famiglia e dal suo lavoro di portiere di notte..

Scopo della sua vita? Fare l’attore.

Per metà Giulia, per metà Jennifer, (Shara Guendalini), di famiglia ricca, anarchica, spirituale e alternativa. Una vita divisa fra call center, università e la chat erotica. Ma divisa anche fra due amori e tanta voglia di essere felice.

La commedia racconta, in una girandola di situazioni e colpi di scena, la vita di questi due strampalati aspiranti attori alla ricerca del loro spazio di notorietà.
Le bugie sono il modo per difendersi da questo mondo che a loro sembra troppo brutto per essere vero. E perciò lo cambiano, a loro immagine e somiglianza.
Si ride, si litiga e ci si commuove pure. Innamorati della stessa donna e da questa riamati decidono, messi alle strette dall’intraprendenza e dalla voglia di felicità di lei, di accettare questo improbabile e trasgressivo menage a tre. Con risultati assolutamente esilaranti e inaspettati….

NOTE DI REGIA

In questa nuova versione del testo e dello spettacolo “Le bugie hanno le gambe lunghe e pure i tacchi a spillo” (lo spettacolo è andato in scena per la prima volta l’anno scorso al Teatro allo Scalo con la regia di Paolo Perelli) ci siamo divertiti a dare un taglio diverso a tutti e tre i protagonisti, soprattutto al personaggio di Giulia / Jennifer partendo dal fatto che è proprio lei a dare i colpi di scena decisivi allo spettacolo e tutto si muove attorno a lei.

Questo spettacolo ha un zoom ottico sul problema femminile : che fa e come si comporta una giovane donna davanti a una scelta sentimentale impossibile? Cambia il problema.

Esattamente questo fa Giulia / Jennifer quando capisce che vivere nella “verità” la porta a “mentire” a se stessa e agli altri, ma capisce anche che le sue bugie le portano alla verità.

“Vi amo tutti e due, in egual modo e per motivi diversi. Ecco l’ho detto .Eeee!”

 

…Sarà una triade e non una coppia. E so che possiamo essere felici!” A Pasquale e Rocco, complici ma rivali, amici, ma, nel fatto sentimentale “non troppo”, rimane solo: scegliere di rimanere o scappare via. Rimangono. Forse per dar ragione a una lei, ma senza voler sottolinearlo troppo. Forse perché hanno sentito dire che il tre è il numero perfetto…e che qualcuno già vive così. In Islanda.

a cura di Gorjana Ducic


Feb 20, 2011 - PARLANDO DI MUSICA    No Comments

Dry – P.J Harvey (1992)

Etichetta: Too Pure; Indigo Records
Prodotto da: Rob Ellis, P.J. Harvey
Registrato a: Icehouse, Yeovi (UK)

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Polly Jean: una poetessa rock-blues costipata. Meravigliosa nelle sue ballate sofferte, ritmate, confuse, ma elettricamente sofisticate e dotate di una carica sessuale che solo diec’anni prima una bomba sexy come Debbie Harryaveva osato.
Musicalmente nata nel marasma pop-underground grazie ad influenze intelligenti che spaziano dai Pixies fino ai Sonic Youth, P.J. si costruisce un’immagine pulita d’artista più intenta alla propria musica che a fantomatiche rivendicazioni femministe figlie di un riot grrrl più propagandistico che altro.
Eppure verrà annoverata dalla stampa “specializzata” tra le ragazze cattive come Hole e Babes in Toyland, scomodando persino paragoni facili ed inesatti con Patti Smith.

Per capire il sincero eclettismo di quest’artista bisogna tuffarsi nella infatuazioni blues e irish-folk che P.J. Harvey coltiva fin da giovanissima. A coadiuvarla nel fondamentale esordio Dry, ci pensa un giovane con fiuto come Rob Ellis, batterista ed apprendista produttore, ed un contributo minore del bassista Ian Olliver, già con P.J. durante gli anni itineranti del progetto Automatic Dlamini.

Un disco dalle tinte forti, mascherato da infallibili metafore ed immagini che fanno già intravedere la lungimiranza della cantante, intenta a comunicare una sorta di rivendicazione sociale senza slogan pubblicitari, senza inni di scarso valore.
Siamo nell’epoca di Cherry Pie dei Warrant, le donne sono solo sesso, seppur per gioco!

Dress è il brano meglio conosciuto di questo lp, che si lancia in un lisergico blues-rock dai colori scuri e dalla luce fioca.
Una ballata tribale tanto selvaggia, quanto ruffiana, che prende dal pop solo ciò che gli serve (imparando magistralmente la lezione di Black Francis!) tralasciando pause rock acide e piene di lividi.

Un testo scettico e critico, una sorta di Cinderella sagace che combatte il suo principe, un inno contro lo stereotipo della vanità femminile, tuttavia senza programmi sovversivi, l’ironia è celata nel chorus «If you put it on, if you put it on!».
O Stell riprende gli stessi ingredienti, sfociando in un veloce pop sanguinante che verrà poi ripreso, anche se in termini differenti, dalla pluri-acclamata Alanis Morissette (vedasi You Oughta Know).

Soluzioni tecniche mai trascendentali, ad esempio tastare per credere il riff di basso portante in Victory: ammiccante, sospirata, dai ritmi pacati ma emozionanti. Mentre decisamente ambigua nella sua litania acustica è Happy and Bleeding, con riferimenti non troppo nascosti alla condizione femminile, cantati con estremo tatto e sofisticatezza: «Fig fruit flower myself inside out / I’m tired and I’m bleeding for you».

Altra hit da segnalare è Sheela-Na-Gig, nel quale P.J. scomoda le note sculture di origine celtica, raffiguranti bozzetti di donna dalla generosa fertilità: una sorta di protezione dal male e dalla morte.
Tuttavia il pop-rock acceso di questo brano si trasforma ben presto in un inno di emancipazione, senza per forza usare violenza o slogan di partito: la concretezza di P.J. Harvey sta proprio qui, nel far riaffiorare l’essenza delle cose usando la poesia, nelle sue immagini più forti, come mezzo di comunicazione. Da citare l’underground confuso diJoe e la sussurrata Oh, my Lover che apre con toni criptici il disco, tanto per dimostrare la versatilità di un lp che non conosce tempi morti.

Water chiude i giochi con vigore e grinta, simbiotico da trade d’union con il capolavoro di To Bring you my Love del 1995, sorretto da una title-track tra le più belle ballate del decennio.

Dry è un disco molto importante per comprendere le infinite influenze e passioni di una delle personalità più importanti della storia recente del rock, spesso rimasta sempre ai margini per scelta, tuttavia la sua presunta misantropia per il successo è giustificata … l’arte non dovrebbe mai giungere a compromesso.

Un esordio brillante come pochi: consigliato, non solo alle donne!

a cura di Poisonheart
Redazione Heart of Glass
http://heartofglass.altervista.org

Feb 19, 2011 - PROMOZIONE ARTISTICA    No Comments

IL GIUDIZIO DI ELEONORA SU MUSICALNEWS.COM

Ancora promozione radiofonica per il rock saggio de Il Giudizio di Eleonora

Progetto originale sia nel nome che nel progetto musicale: la stiamo monitorando da qualche mese, grazie alle segnalazioni che ci arrivano da Laura Gorini, nostra valente (e storica) giornalista.

Si chiama Il Giudizio di Eleonora ed e’ forse una piccola rivoluzione della musica rock italiana: questo progetto romano e’ capitanato dall’eclettica, camaleontica e carismatica cantautrice Eleonora Giudizi alla voce, chitarra e armonica. A livello radiofonico ricordiamo che il suo singolo Non mi baci mai è stata la sigla finale del Programma BIG NIGHT condotto da Max Poli su Radio Kiss Kiss da Settembre 2010 a Dicembre 2010.

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Quali sono le prossime occasioni per sentirli intervistati in una radio?

25 febbraio 2011 ore 21,30: intervista su CRM HAPPY RADIO in “ROCK REVOLUTION” in onda dalle 21 alle 24 tutti i Venerdì
in FM sui 101.4 sulle province di Palermo, Messina e Caltanissetta e in Streaming
Streaming: http://www.crmhappyradio.it
Riferimenti web: http://www.rockrevolution.it

1° Marzo 2011 ore 11,00: intervista su Run Radio Unisob – Radio Universitaria di Napoli – nel programma “IN the morning” in onda dalle 10 alle 12 con Fabrizio Miano
Streaming: http://www.runradio.it/

4 marzo 2011 ore 10,30 -11,00: intervista su AmanteaRadioNet in “Mattina Italiana” condotto da Mario Venturino in onda dalle 9 alle 11,30 dal lunedì al venerdì
Sito AmanteaRadioNet: http://www.amantearadio.it
Streaming: http://www.amantearadio.it/live.html

Promozione artistica ELFA Promotions

Link: http://www.musicalnews.com/articolo.php?codice=20729&sz=6

Feb 19, 2011 - PARLANDO DI MUSICA    No Comments

IL GIUDIZIO DI ELEONORA SU ROCK IMPRESSIONS

IL GIUDIZIO DI ELEONORA SECONDO ROCK REVOLUTION.jpegDa qualche anno siamo letteralmente sommersi da giovani talenti, da grandi promesse della musica, da grandi interpreti, da decine di programmi che promettono carriere folgoranti ad una pletora di aspiranti cantanti, dei quali purtroppo si perde troppo presto memoria, in realtà stanno distruggendo molti potenziali artisti con l’illusione di un po’ di notorietà televisiva, inoltre l’accento è troppo orientato alle capacità interpretative, mentre vengono tralasciate quelle compositive, che sono pure molto importanti.
Un vero artista è tale quando riesce a entrare nel cuore con la sua musica, un buon interprete è solo merce per compositori e imprenditori delle sette note, che alla fine si incassano quasi tutti i diritti sui brani che fanno cantare ad altri, francamente mi sembrano solo dei biechi avvoltoi.

Scusate lo sfogo, ma quando ho iniziato ad ascoltare questo bellissimo cd mi sono innamorato di quanto ascoltavo e mi sono chiesto perché un’artista così brava come Eleonora Giudizi, forse mi sono perso qualcosa, ma non è ancora presente nelle trasmissioni che “contano” e non viene spinta come meriterebbe, comunque Eleonora si sta facendo notare vincendo concorsi “veri” e imponendo il suo rock altenativo cantato in italiano. La cosa che emerge è che due singoli composti da Eleonora in Spagna sono diventati dischi di platino e da noi?

Il Giudizio di Eleonora è un progetto musicale romano, le musiche sono state tutte composte dalla Giudizi, mentre i testi sono stati composti da autori come Francesco Testa e Vittorio Centrone.
Ovviamente Eleonora essendo a capod el progetto attira su di sè tutta l’attenzione, ma la musica che si ascolta è frutto di musicisti capaci.

Il primo brano è subito una scossa, “Femmina” ha un incedere aggressivo, è una canzone di vero orgoglio, che ci mostra una cantante carica di grinta, molto bello il testo e le musiche veramente coinvolgenti ne fanno una potenziale hit.
Ma devo dire che dei tredici brani che compongono il cd non ne ho trovato nemmeno uno che sia sotto la media, non ci sono filler o riempitivi, ma grinta da vendere e musiche sempre accattivanti, sia nelle parentesi più tranquille (molto poche), che quelle più tirate.

Il rock proposto è molto moderno, vagamente alternative, tagliente, venato di melodie italiane e su tutto i testi che catturano sempre l’attenzione, tutti molto “femminili” a discapito dei compositori, davvero un gran bel lavoro decisamente convincente.

Il Giudizio di Eleonora è stata descritta come una delle più promettenti promesse del rock tricolore, io mi sento di condividere pienamente questo giudizio e mi piacerebbe davvero vedere che abbiamo ragione, mi ridarebbe un po’ di speranza per il nostro panorama musicale, che ha sempre più bisogno di artisti “veri” come questa ragazza, che trabocca di grinta e di talento, sono veramente contento di aver attirato l’attenzione di questo valido progetto, bentrovata Eleonora!

a cura di GB

Rif. web:

Recensione su Rock Impressions

Feb 10, 2011 - PARLANDO DI MUSICA    No Comments

THE JESUS AND MARY CHAIN – PSYCHOCANDY (1985)

Voglio raccontarvi una storia. Una storia sporca, cupa, che fa molto rumore, la storia della migliore band degli anni ottanta: The Jesus and Mary Chain. Vacanza-Studio a Londra, estate 1986. Avevo il biglietto per lo show al Kilburn e qualcosa della band scozzese, che solo qualche mese prima si era resa protagonista di un live finito a bottigliate al Polytechnic: una scena molto punk ’77.

Era il 1985 e PsychoCandy era uscito da pochissimo, lo show che vidi fu deludente sotto certi aspetti e forse ai miei occhi di diciottenne sembrava troppo concettuale e retrò: solo dopo qualche anno ho capito la forza espressiva della musica minimalista dei fratelli Reid.

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Vestiti di nero, li immaginavo come una copia stilizzata dei Velvet Underground, occhiali neri e un rumore essenziale (e forse esistenziale!) che pervase la sala per tutti i 30 minuti di quello spettacolo.
Tutto sembrava meccanico, quasi dovuto; mancava la teatralità, l’intrattenimento, ma dai The Jesus and Mary Chain, ed in generale dalla metà degli anni ottanta, non potevi aspettarti di più.
La loro musica era intrisa di catrame denso e nauseante, raccoglievano il nichilismo di Lou Reed e lo scioglievano in rumori feedback ed in cornicette di chitarra che speravano di evocare la solitudine di Syd Barrett: la stessa disillusione, lo stesso straniamento, lo stesso non-sense.

Geniali, erano la risposta al post-punk che a Londra aveva fondamentalmente fallito in pochissimi mesi. Istrionici ed egocentrici si presentavano spogli di messaggi da lanciare, non erano i paladini del humor-nero, non volevano essere dark, né tantomeno truccarsi come dei morti viventi. Imperfetti, questo è l’aggettivo che li si addice di più. Le band indie di oggi sono in grosso debito!

The Living End è il manifesto più bello della musica dei Mary Chain, ronzante, petulante, oscuro, acido quel tanto che basta: in 2 minuti i timpani gridano aiuto! Nessun sollievo per un rock minimale che non vuole essere paragonato a niente; peccaminosi i paralleli con i laconici The Smith o con il melodramma alla The Cure. La Vox pentagonale di Jim Reid ha la stessa forza di una motosega agonizzante, togliendo la lucentezza ad un pop che a tratti sembra essere in preda ad un overdose letale. Just Like Honey è una ballata secca e deviata dai ritmi lenti e corrosivi, altro diamante grezzo di questo fondamentale album, che annichilisce ogni emozione positiva o negativa che sia.

Pragmatici i The Jesus and the Mary Chain con Taste the Floor, nevrotica ed analgesica nelle sue distorsioni prolungate e costanti, nel quale una certa melodia cerca di farsi largo come un raggio di sole durante un temporale dai nembi color cenere.

Un album da psicofarmaci, confermato dal pop ubriaco di The Hardest Walk e dal rumore fracassa-decibel di In a Hole. Alla batteria un giovane Bobby Gillespie (frontman dei futuri, fin troppo chimici, Primal Scream) imprime un tempo ipnotico ad ogni brano, come del resto il sibilo pesante del basso di Douglas Hart.
I soliti tre accordi prolungati per ogni brano, sovrastati da una dose sempre eccessiva di feed, fanno della chitarra di William Reid un arma da fuoco feroce e pericolosa, e non fa che confermare come i ragazzi non vogliano perdersi in assoli patinati.

Intimi ed emozionanti nel pop subacqueo di Sowing Seeds o dell’anfetaminica Some Candy Talking, ove finalmente si possono apprezzare le sei corde nella loro nudità.
My Little Underground suona come un bel tributo costipato, un atmosfera artificiale che sa di morfina; You Trip me up alza ancora di più i volumi, e se possibile la voce di Reid diventa un lieve eco sinistro da metastasi. Pop sottovuoto che si dilata in 4 minuti (un record per questo disco dalle fattezze punk!) in Something Wrong, nel quale si scorge la catatonica malinconia di una band che prolifera nell’oscurità.

Forse 24 anni fa non apprezzai appieno quel concerto al Kilburn, ma la provocazione celata (forse mica tanto celata!) e l’humour macabro da eroinomani dei The Jesus and Mary Chain non l’ho mai più rivisto su di un palco live! Inarrivabili, anche fra cent’anni!

Sommi maestri del rumore, l’ album definitivo!

Etichetta: Blanco Y Negro
Prodotto da: The Jesus and Mary Chain
Registrato a: Southern Studios, Londra

recensito da Gus
da Heartofglass.altervista.org