Archive from giugno, 2012
Giu 18, 2012 - INTERVISTE, MUSICA    No Comments

ANTO, NELLA VOCE DELLA MUSICA

Anto, meglio conosciuto come Tenshi Anto per i fan della band storica, Summerline, è un giovane musicista di grande talento che dopo il successo di “”Whisper My Name” e “Broken Pieces” continua a conquistare il favore del pubblico e della critica. Michela Zanarella lo incontra per un’intervista esclusiva su ELFA Promotions.

 

D-“Penso che la musica mi ha trovato, non il contrario. Quello che ho fatto è stato semplicemente ascoltare la sua voce.” Da queste parole si comprende il particolare valore che dai alla musica, che cosa rappresenta per te?

Credo che potrei associare la sensazione che provo nei confronti della musica alla sensazione che ognuno prova quando si innamora follemente e perdutamente. Improvvisamente senti che tutto ciò che sei e fai inizia ad avere senso e a completarsi come un puzzle lasciato incompiuto fino a quell’istante.

Non sai spiegarti come o da dove tale intensità riesca a travolgerti come un uragano, sai solo che non puoi smettere di amarla una volta che il suo “sguardo” è diventato il riflesso di te stesso.

 

D- Come sei entrato a far parte dei Summerline? Ci racconti qualche episodio particolare che hai vissuto con gli altri componenti della band?

Con i Summerline ci siamo incontrati durante il nostro percorso musicale. Infatti ognuno di noi suonava già all’interno di altre band. Caso o destino, non saprei come definirlo ma tutti noi sapevamo esattamente dove volevamo che la nostra musica dovesse arrivare.

Credo che il primo episodio in assoluto che vorrei raccontare è stato quando abbiamo girato il primo vero video musicale in Germania.

Ricordo tutte le persone dello staff, il modo in cui era tutto perfettamente organizzato (dalle locations, al regista Robert Broellochs che dirigeva in modo impeccabile tutto il lavoro, il team di persone che si occupava di noi, facendo in modo che avessimo sempre a disposizione tutto ciò che occorreva..ecc..).

Il freddo pungente della Germania del sud che entrava fin dentro le ossa e la piccola stufa dove almeno le nostre mani riuscivano a trovare un po’ di conforto…

Credo che sia stato uno dei giorni più impegnativi e intensi che abbia mai vissuto, e soprattutto uno dei giorni più significativi e memorabili della mia vita.

 

D- Come è avvenuto il passaggio ad una carriera da solista? Quali sono stati i motivi che ti hanno spinto a questa scelta?

Dopo lo scioglimento della band dovuto a problemi col nostro produttore e il duro colpo che lo “spietato” mondo del business musicale mi ha inferto, è stata dura da accettare. Ma poi ho capito che la musica è ciò che sono e l’unica strada che volevo percorrere, indipendentemente dalle circostanze. Da solista questo percorso mi sta portando a conoscere persone (persino dall’altro capo del mondo) che mi sostengono come non avrei mai potuto immaginare e a collaborare con la stesura dei testi delle mie canzoni con la scrittrice canadese (e mia migliore amica) Christine Noels, con la quale percorro questo cammino. Entrambi infatti abbiamo molte idee in comune e scrivere è molto semplice nonostante la distanza e i testi sono molto più personali rispetto a quando scrivi all’interno di una band.

Tutto questo ardore infiamma sempre più la mia passione per la musica e mi da ogni giorno la forza per credere e lottare per ciò che amo e a non arrendermi a “una vita di quieta disperazione” – Walt Whitman.

 

D- Da “Whisper My Name” a “Broken Pieces”, cosa lega questi due lavori discografici?

Questi due EP sono legati tra loro dal desiderio di ricercare “la propria voce”. Cioè, io e Christine abbiamo voluto raccontare una parte delle esperienze che più ci hanno colpito e segnato, lasciando che musica e parole potessero combinarsi assieme per ricreare una miscela di amore, passione, dolore e delusione racchiuse all’interno della Speranza, che fa da cornice e da elemento propulsivo di entrambi i dischi.

La voglia di continuare a lottare e credere nonostante il mondo che osserviamo dalla finestra non sia esattamente come potevamo percepirlo con gli occhi innocenti di bambino, occhi che nonostante tutto ci permettono di credere che alcune magie esistono davvero.

 

D- Apprezzato dai fan e dalla critica, che rapporto hai con il pubblico? Come vivi la popolarità?

Ciò che mi rende più felice e soddisfatto è la speranza di lasciare un segno indelebile nel cuore di chi mi ascolta. Frasi come “Come è possibile che riesco a riconoscermi perfettamente nelle tue canzoni?”, “La tua musica riesce a toccarmi profondamente”.. racchiudono esattamente ciò che cerco di trasmettere. Certo, ricevo anche critiche negative, ma va bene così, anzi mi preoccuperei se non ne ricevessi e mi spingono sempre più a scavare a fondo e migliorarmi artisticamente e umanamente.

Non penso che mi debba ancora preoccupare della popolarità, anzi vorrei potermene preoccupare per essere sicuro di arrivare alle orecchie di molte più persone! Quindi per il momento la mia vita è piuttosto normale (per quanto la parola “normale” sia sempre molto relativa quando parlo di me stesso!).

 

D- Con quale “big” della musica vorresti collaborare?

Ho sempre sognato di collaborare con Billie Joe Armstrong (leader della band Green Day). Perché è una band che mi ha accompagnato per molti anni con la loro musica e lui in particolare, con la sua energia e il suo carisma mi ha sempre ispirato e affascinato artisticamente e come persona.

 

D- Sogni, ambizioni, progetti per il futuro.

Il mercato musicale continua a cambiare giorno dopo giorno, quindi è davvero difficile prevedere cosa potrà succedere nel futuro. Come quasi tutti gli artisti, l’aspirazione è quella di firmare un importante contratto discografico, ma finché ho la possibilità di fare musica per il resto della mia vita, so che in ogni caso sarò soddisfatto.

Vorrei ringraziare Michela Zanarella per avermi concesso questo intervista e per questa ulteriore possibilità che mi è stata offerta per farmi conoscere a tutti voi che state leggendo queste righe. Grazie!

Anto.

 

a cura di Michela Zanarella

IL MIO NOME E’ BARNABAS COLLINS

 

Oscure ombre, creature della notte che si risvegliano dalle loro bare per tormentare i vivi. Questo potrebbe essere lo scenario dell’ennesimo film horror ma se alla regia troviamo Tim Burton e come vampiro c’è Johnny Depp allora tutto cambia.

Ebbene si sono ben otto, in vent’anni di carriera, le volte in cui Depp e Burton hanno lavorato insieme e sicuramente ce ne saranno molte altre. La loro ultima fatica è “Dark Shadows”, dopo la tanto discussa parentesi di “Alice in Wonderland”. Già dalle prime battute lo spettatore viene accolto a braccia aperte in un mondo gotico in cui la macchina da presa si muove senza alcun problema tra i vivi e i (non)morti.

Il film è tratto dall’omonima serie TV/Soap Opera di Dan Curtis (1966/1971) e dalla sceneggiatura di Seth Grahame-Smith (l’autore di “Orgoglio e Pregiudizio” e “Zombie”): siamo negli anni sessanta quando la famiglia Collins comincia a battere i primi colpi nel modo televisivo, vampiri, licantropi, zombie e tant’altro sono racchiusi in un mondo fatto di mistero ma anche di molta comicità.

Nel 1752 i coniugi Naomi e Johsua Collins col figlio Barnabas, da Liverpool in Inghilterra partono per gli Stati Uniti d’America ed arrivano nel Main. Ed è proprio qui che nasce la loro fortuna avviando un impero commerciale sulla conservazione del pesce e fondando una cittadina che porta il loro nome: Collinsport.

Anni dopo, Barnabas è un giovin signore ricco e di bell’aspetto, che s’innamora perdutamente della dolce Josette e infrange così il cuore di Angelique Bouchard, che lo aveva servito e adorato. Assetata di vendetta, Angelique, che è una potente strega, lo tramuta in vampiro e lo fa seppellire vivo. Al suo risveglio, nel 1972, Barnabas scopre che il suo maniero e la sua famiglia sono andati in rovina e che l’intera città vive nel mito dell’intraprendente Angie, imprenditrice di successo e vecchia conoscenza di Barnabas. Il “vampiro dandy” cercherà di risollevare le sorti della sua famiglia.

Più di qualcuno ha detto che questo film sembra opaco e privo di mordente, che, invece, i precedenti film di Tim Burton avevano come arma per attirare la gente e soprattutto per soddisfarla. Ma non si può pretendere sempre un colossal ogni volta che un regista sforna un nuovo film.

Ultimamente vanno di moda i tipi “vampireschi” ed anche Tim Burton non si è tirato indietro tanto da dare al suo amico, l’attore Johnny Depp, il ruolo da protagonisca dove ci si ritrova perfettamete ed infatti ad un’intervista ha dichiarato che aveva sempre sognato di interpretare questo personaggio. Con questo film, il regista dimostra ad ogni inquadratura di essere superiore alle mode fino a renderle curiose e a volte anche divertenti. Potremmo facilmente paragonare i Collins alla famiglia Addams tanto sono strani ed a modo loro originali.

Mentre l’originale è un po’ melodrammatico, qui Burton ha voluto dare una nota eccentrica ed umoristica a Barnabas. Prima tra tutte c’è il vampiro che esce dalla bara dopo due secoli e, spaesato in un’epoca che non riconosce, scambia la M del logo di McDonald’s per la sigla diabolica di Mefistofole poi l e sue unghie che testano l’asfalto, la sua brama per la “lava rossa” della lampada, la sua perplessità per Scooby Doo ed il confronto con gli hippies.

Oltre a Johnny Depp, che in queste vesti lo vediamo più carismatico e più energico di Jack Sparrow, troviamo anche un’affascinante Eva Green ma la grazia di Michelle Pfeiffer non è da meno (la ricordate nei panni di Catwoman?)

I momenti di tensione ovviamente non mancano ma sono presenti altrettanti momenti comici grazie alle battute di Barnabas/Depp; anche stavolta, infatti, Tim Burton si è divertito a rifare un film mettendoci del suo che come al solito non è mai poco. Cosa dobbiamo aspettarci per il prossimo film, dalla mente creativa di Tim Burton?

 

a cura di Tiziana Lungo

per ELFA Promotions

IL BOSS E LA DANZA DELLA PIOGGIA

Quando uno show diventa una festa tribale, sei ancora convinto di non credere?

Firenze, 10 Giugno 2012 – 43 mila anime. Nel pubblico non c’erano solo giovani, quelli che il rock’n’roll ce l’hanno segnato nel DNA. No.
C’erano quelli che quando dici “anni ’80” hanno la luce negli occhi, che adesso lavorano 48 ore al giorno, ma non perdono occasione di andare a vedere il Boss, perché gli ricorda il loro primo concerto, il primo bacio con la donna che proprio
ieri sera era seduta accanto a loro. Nella mia stessa fila ero la più giovane, e questo mi ha resa felice.
Bruce non è una moda, è un sogno… IL sogno. Dopo aver lottato per avere una maglia con la sua bella chitarra disegnata sopra, trovo posto. Il cielo è bianco ed è ancora giorno, ma Lui ancora non accenna a farsi vedere.

Arriva il tramonto, le nuvole si colorano di rosa e una melodia che almeno una volta nella vita tutti hanno ascoltato (C’era Una Volta In America) fa da tappeto rosso alla loro entrata: la E-Street Band e Bruce al seguito, con la sua chitarra imbracciata verso il cielo. Inizia il concerto: “Wrecking Ball”, “We Take Care Of Our Own” estratte dal nuovo album, insieme a “Death To My Hometown”, dai meravigliosi influssi folk/celtici/tribali.
Seguono “Badlands” e “My City of Ruins”, ma è con “Spirit In The Night” che il Boss presenta i suoi compagni al mondo. “Questo è un rituale gospel, non uno show” penso. Una messa tribale a cui tutti siamo invitati e inevitabilmente coinvolti a partecipare, il tutto seguito da “The E-Street Shuffle”. Dopo aver presentato tutti esordisce con “Manca qualcuno? Are we missing anybody?”, aprendo uno squarcio nel cuore di chi conosce la storia della band e dell’incredibile perdita subita di cui parlerò più avanti.

L’atmosfera cambia, si abbassano le luci. Bruce ora è solo sul palco, e in un italiano un po’ ammaccato accenna testuali parole: “In America sono stati tempi duri. Molta gente ha perso il lavoro. So che anche qui è stato molto difficile e che qualcuno ha reso tutto più duro. Questa canzone è per gli uomini che tornano a casa dalla moglie dopo avere vissuto una giornata nel lavoro di oggi”, e parte “Jack Of All Trades”.

Uno strano insieme di fattori rende l’atmosfera incredibile alla vista, gli accendini che sembrano stelle tra la gente e le prime gocce di pioggia che attraversano la luce dei riflettori trasformandosi in polvere magica, e la sua voce che in acustico trasmette tutto il vissuto che c’è.

E tutto questo non bastava, perché per far esplodere la bomba e ritornare alle scintille Bruce intona “Shackled And Drawn”, creando una festa che ricordava tanto quelle irlandesi, ma con la corista Michelle che mi ha fatto più o meno svenire dall’incredibile voce.

“Waitin’ On A Sunny Day”, sotto quello che adesso è il diluvio, Bruce è con noi. E’ con quelli che hanno
pagato il posto “prato” e adesso se lo godono tutto. Lui è sotto la pioggia e si dimena come faceva 30 anni fa.

Afferrando un bambino sui 6 anni dal pubblico e tirandolo a sé sul palco, riuscivo a sentire commenti dal pubblico tipo “Ma ti pare che adesso canta?”. Bruce gli passa il microfono, gli da il tempo e il bambino attacca perfettamente sull’inciso, creando un boato grazie al pubblico impazzito.

Una micro pausa e poi il delirio dei sensi: il Boss è solo con la sua armonica… è l’ora dell’eterna “The River”.
Continua a piovere e proprio non accenna minimamente a smettere, quindi le luci dello stadio Artemio Franchi si accendono: una distesa di mantelline colorate e di ombrelli davanti a me balla e si dimena, e quasi Lui non se ne vuole andare, perché dopo il calore su Born To Run, Born In The USA, Hungry Heart e Dancing In The Dark, lasciarci diventa veramente difficile.

Una serie di immagini dello storico sassofonista Clarence Clemmons, Big Man, provoca un lunghissimo applauso di rispetto per un musicista tanto grande. Bruce rientra col sorriso dolce, ci vuole bene, ci ama. Imbraccia la chitarra, “Twist & Shout” sotto un diluvio universale che ha allagato lo stadio, gente senza maglia che balla fradicia o senza più un filo di voce.

Con le lacrime agli occhi per 3 ore e 50 minuti di fila, posso dire che ho capito perché il Boss è THE BOSS. Quell’energia avrebbe potuto alimentare Firenze per anni, raccogliendola.
Da un cuore ad un altro, ringrazio Bruce per avermi permesso di far parte della famiglia, e di avermi alimentato i sogni e le speranze, di cui in fondo, quel ragazzo del Jersey si nutre.

Ok, Bruce se n’è andato. Ma adesso io in hotel sotto al diluvio come ci torno?

 

a cura di Nicole Di Gioacchino

per ELFA Promotions