Archive from febbraio, 2013
Feb 16, 2013 - EVENTI    No Comments

THE WILD CHILD LIVE – APERTURA AGLI EXILIA

Sabato 16 febbraio. Carnevale. Il momento giusto per divertirsi. E I RAGAZZI DELL’hONKY TONKY COSA VI PROPONGONO??? Gli EXILIA live!!!!
Per festeggiare alla grande e come si deve il sabato di carnevale, tornano gli Exlia sul palco dell’Honky, gruppo che ha riscosso notevole successo. Orgoglio italiano in giro per l’Europa e non solo, gli Exilia tornano per regalarci uno show da urlo con un sacco di sorprese!

Tra queste figura sicuramente l’apertura del gruppo metal chiavennasco THE WILD CHILD che in pochi mesi ha riscosso molti consensi da radio e magazine di settore.

Ingresso: 5€ con tessera ACSI (costo 5€, con validità annuale)

GLI ARTISTI

– EXILIA (Alternative Metal, Hard Rock, Nu Metal)
Formatisi nel lontano 1998 a Milano dopo l’incontro tra Masha (la storica cantante di questa band) e Elio Alien (chitarrista), durante la loro carriera hanno suonato con in nomi più importanti della scena rock mondiale (Rammstein, Him, Ill Nino, ecc). Cercano di trovare la giusta combinazione tra metal, rock e hard rock e il risultato non è altro che un’esplosione di energia e di passione per una delle arti più belle, la musica.
http://www.exiliaweb.com/
http://www.facebook.com/pages/Exilia/21539686281

– THE WILD CHILD (hard rock/metal band) nascono nel 2004 a Chiavenna (So).. Iniziano il loro percorso artistico come cover band di Black Sabbath, Judas Priest, Ozzy Osbourne, e W.a.s.p.

Il gruppo nel tempo decide di orientare il proprio interesse verso una strada più appagante: la creazione di brani inediti. Nascono così dopo un primo anno di gavetta, dalla mente di Cris, i primi otto pezzi dei TWC che andarono a formare il primo album la cui uscita fu nel 2007 intitolato ‘In The Next Life’. Ora, con un nuovo album ‘Wild Child’ che, a differenza del primo, fa emergere una maggiore maturità professionale ed una omogeneità tra i brani, il gruppo decide di adottare la formula “O tutto o niente”.

L’album “Wild Child” esce nella prima metà del 2012.Nella seconda metà del 2012 il gruppo si propone di potenziare la rete promozionale per far conoscere ad un pubblico più vasto il loro nuovo album ed entra così a Novembre 2012 a far parte del parco artisti di ELFA Promotions.

CONTATTI:

MYSPACE THE WILD CHILD BAND:http://www.myspace.com/thewildchildband

OFFICIAL PAGE FB:http://www.facebook.com/pages/The-Wild-Child/46702569485

Feb 15, 2013 - CINEMA & TV    No Comments

Sanremo 2013 – premiano il giovane

Puntata di transizione, stasera, per il Festival. Mentre i Big si cimentano nei brani della sezione Sanremo Story, sono i giovani a dovere gareggiare per la loro finale. Si comincia con il solito duo Fazio – Litizzetto che si dedicano a commentare in modo esilarante i testi delle vecchissime canzoni sanremesi.

La passerella di brani classici tutto sommato non fa che confermare i veri valori degli artisti che si esibiscono, contraddicendo quelle che sono le posizioni di classifica ottenute.

Alle prese con pezzi conosciutissimi, gli artisti danno il meglio di se, mostrando ancor di più pregi e difetti.

A tal proposito una considerazione sorge spontanea: se è impossibile prevenire i danni dovuti al cattivo utilizzo del televoto (leggi call center), a che scopo continuare ad adottarlo, datosi che l’effetto correttivo della sala stampa si è rivelato in molti casi inefficace?

Quando sul palco salgono Danny Quinn, Giammarco Tognazzi, Paola Domenguin e Rosita Celentano, spontaneamente spunta un sorriso al pensiero dei disastri da loro combinati quando condussero la 39esima edizione del festival.

La commozione ci viene garantita dall’inaugurazione della statua dedicata a Mike Bongiorno, mentre un brivido di ribrezzo vintage ci coglie quando appare il corvo Rockfeller.

Per quanto riguarda gli ospiti musicali la storia è diversa: Stefano Bollani prima e Caetano Veloso poi deliziano il pubblico con la loro musica, regalando performances di livello superiore che incantano e fanno sognare.

Doveroso il premio Città di Sanremo a Pippo Baudo, vero e proprio pilastro del festival, nel bene e nel male. Il siparietto che segue la premiazione vede la Litizzetto sfoderare tutto il suo repertorio, bacio a Baudo compreso.

Relegati nella parte finale della trasmissione, i giovani disputano la loro finale.

Il livello musicale delle quattro proposte rimaste è tendenzialmente alto e soddisfacente e lascia ben sperare per il futuro.

Premio per il miglior testo va a Il Cile per la canzone Le parole non servono più.

Premio per la critica sezione giovani a Renzo Rubino per la sua Il postino (amami uomo).

Vince Sanremo giovani Antonio Maggio con Mi servirebbe sapere.

 

a cura di Antonino Giorgianni

 

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Feb 15, 2013 - CINEMA & TV    No Comments

Il Festival di Sanremo 2013 – IV° pagellone

 

 

Quarta serata

 

Il pagellone di Ghostrider71

 

 

 

Bentornati ad un’altra pagelluzza del buon vecchio zio Ghost, infaticabile ed implacabile come sempre.

 

Per una sera la kermesse dei big si prende una pausa, il focus quindi si sposta su Sanremo Story, una passerella di brani delle passate edizioni interpretataproprio dai sunnominati big. In calce la finale del concorso dei giovani.

 

 

 

  1. Malika Ayane – Che cosa hai messo nel caffè? (1969). Sempre più Vanoni, sempre più godibile, la Ayane affronta questo brano con la leggerezza dovuta ed una buona dose di simpatia, Gradevole ed accattivante il balletto. 7,5

  2. Daniele Silvestri – Piazza grande (1972). Pur se inadatto ad un brano di questa caratura, Silvestri riesce comunque a fornire una performance dignitosa. Troppo sottotono. 6

  3. Annalisa & Emma – Per Elisa (1981). Arrasngiamento fin troppo a passo di carica, nel disperato tentativo di rendere il pezzo alla portata di Annalisa, che comunque esce distrutta non solo dal confronto con Alice ma anche da quello con Emma. E’ la panterona dal rosso crine, infatti, a fare (ottimamente) tutto il duro lavoro, surclassando la povera Annalisa, sempre più inadatta a questo palco. 5,5

  4. Marta sui tubi & Antonella Ruggiero – Nessuno (1959). Interpreti di razza per un brano elegante e difficile che i piuù ricorderanno per l’interpretazione di Mina. Un Giovanni Gulino in piena forma tiene testa ad’un’ispiratissima Antonella Ruggiero. Ne viene fuori una performance vibrante e di sicuro effetto. 7,5

 

 

 

Entrano in scena i peggiori presentatori della storia di Sanremo, le quattro sciagure della 39esima edizione: Rosita Celentano, Paola Domenguin, Giammarco Tognazzi e Danny Quinn. Segue breve filmato dei disastri da loro commessi.

 

 

 

  1. Raphael Gualazzi – Luce (tramonti a nordest) (2001). Ci dono echi di Dave Burbeck (take five) in questo arrangiamento che risulta troppo criptico, violento e scabro per essere accattivante. Gualazzi suona per se stesso, escludendo il pubblico dal suo piccolo mondo musicale. 6

  2. Modà – Io che non vivo (1965). Il branco calza come un guanto ai Modà, che se lo giocano come vogliono. Checco gioca a fare il pesce in barile, lezioso quanto basta ma sempre in parte. Questo brano ha 48 anni e non li dimostra.

  3. Simone Cristicchi – Canzone per te (1968). Grande l’autore (Sergio Endrigo), grande il pezzo ma piccolo l’interprete. Vocalmente approssimativo, empaticamente molesto, Cristicchi si conferma sgradito intruso sul palco dell’Ariston. 4,5

 

 

 

Lucianina Litizzetto camuffata da Caterina caselli è esilarante. Meno male che c’è lei.

 

 

 

  1. Simona Molinari & Peter Cincotti feat. Franco Cerri – Tua (1959). Come per magia ci troviamo proiettati in un fumoso jazz club. Interpretazione preziosa nobilitata dalla chitarra vellutata di Franco Cerri. Elegante. 7

  2. Maria Nazionale – Perdere l’amore (1988). Una Maria Nazionale in grande spolvero fa sua questa canzone ostica e sontuosa, rendendola se possibile ancora più viscerale e vibrante dell’originale. 8

  3. Marco Mengoni – Ciao amore ciao (1967). Le norme del buon gusto imporrebbero rispetto per i defunti, ma il buon Mengoni se ne impippa e tira dritto per la sua strada, macellando questo storico brano a colpi di birignao. Ciò che era doloroso e sofferto diventa semplicemente ridicolo. Quì il Mengoni sembra la parodia di Giusi Ferreri (povera anima innocente). Imbarazzante.

 

 

 

Intermezzo doveroso in memoria dell’indimenticabile Mike Bongiorno, in occasione dell’inaugurazione della statua a lui dedicata.

 

 

 

  1. Elio e le storie tese – Un bacio piccolissimo(1964). Non bastava il travestimento con fronti alte e parrucche, non si accontentavano, le storie tese, di riprodurre in miniatura una band a balera stile anni ’50, pure il Rocco Siffredi si dovevano portare! Show allo stato puro. L’esecuzione è notevole come sempre. 9

  2. Max Gazzè – Ma che freddo fa (1969). Inadeguato, goffo, legato, sempre ai limiti dell’intonazione, in una parola: indigesto. 4

 

 

 

Stasera il premio Città di Sanremo tocca a Pippo Baudo (e ci mancherebbe altro). A rendere gustoso il tutto ci pensa l aLitizzetto…. Che faremmo senza di lei?

 

 

 

  1. Chiara – Almeno tu nell’universo (1989). Anche qui siamo di fronte alla totale mancanza di rispetto per chi non c’è più. Chiara massacra questa superba canzone con la sua voce acerba ed imprecisa, stonando a più riprese. In tempi più civilizzati l’avrebbero cacciata a suon di lanci di ortaggi. Imbarazzante. 3

  2. Almamegretta – Il ragazzo della via Gluck (1966). Versione frammentaria e discontinua di un classicone di Celentano. Se la presenza di James Senese aggiunge spezia al tutto, gli interventi beceri e sguaiati di Clementino involgariscono la performance. Peccato 5

 

 

 

Sale sul palco Stefano Bollani e la notte si illumina. Dita felpate e cuore grande, questo signore suona che pare benedetto dagli angeli. Il mega medley poi è un divertissement notevole.

 

Veniamo ora alla competizione dei giovani: stasera sapremo chi alzerà il trofeo

 

 

 

  1. Antonio Maggio – Mi servirebbe sapere. Bravo e simpatico. Il pezzo si conferma spigliato e godibile, con echi di Jannacci e Celentano. Piace, piace, piace, migliorando la prima impressione avuta ieri. 7,5

  2. Ilaria Porceddu – In equilibrio. Ad un secondo ascolto questo brano acquista in spessore, esaltato com’è dalla voce della giovane cantante sarda. Raffinato ed intrigante. 7

  3. Blastema – Dietro l’intima ragione. I ragazzi si confermano band solida e di qualità. Il brano, tuttavia, ad un secondo ascolto sembra perdere qualcosa. 7

  4. Renzo Rubino – Il postino (amami uomo). Sarò politicamente scorretto ma questo brano è davvero brutto, a mio parere. Un secondo ascolto ne accentua le pecche e lo rende ancor più insopportabile. 4

 

 

 

Caetano Veloso ci delizia con la sua voce linda, omaggiando poi un grande brano come piove. E’ propio Veloso a consegnare il premio per il miglior testo a Il Cile per la sua Le parole non servono più. Dopo la consegna del premio segue duetto Veloso – Bollani e lo spirito si rinfranca. Maestosi.

 

 

 

Riesumato da chissà dove, sbuca il corvo Rockfeller. Ma è il festival della spending review o della cassa mutua?

 

 

 

Arrivano risultati della gara dei giovani.

 

 

 

Premio critica Mia Martini sezione giovani: Renzo Rubino – Il postino (Amami uomo).

 

 

 

Vince Antonio Maggio – Mi servirebbe sapere.

 

 

 

  1. Ilaria Porceddu – In equilibrio.

  2. Renzo Rubino – Il postino (amami uomo).

  3. Blastema – Dietro l’intima ragione.

 

 

 

Mentre le luci del palco si spengono una domanda mi coglie: ma se il premio per il miglior testo lo ha vinto Il Cile, su quali basi hanno dato a Renzo Rubino il premio della critica??? No dico illuminatemi, anche perchè pure la musica di quel brano lascia il tempo che trova, vecchia e stantia com’è….

 

 

 

a cura di Ghostrider71

Feb 14, 2013 - CINEMA & TV    No Comments

Festival di Sanremo 2013 – Terza Serata

 

Terza serata del festival di Sanremo, dopo i primi due appuntamenti che sono sostanzialmente serviti a selezionare le canzoni dei big definitivamente in gara, archiviando l’interessante novità della presentazione di due brani per ciascuno. L’imbarazzo e la tensione della serata inaugurale sono ormai un ricordo lontano e con loro le varie polemiche, così, sciolto il nervosismo, nel giorno degli innamorati i due conduttori decidono di aprire e chiudere la puntata duettando sulle parole di “Vattene amore”, che risulta più che altro un siparietto divertente quanto quello del taglio della barba del povero Peppe Vessicchio, finito tra le grinfie della perfida Lucianina.

 

La gara entra finalmente nel vivo, si esibiscono altri 4 giovani proposte e dopo la scrematura dei brani si esibiscono tutti i 14 big con i pezzi selezionati dal televoto dei giorni scorsi. Le performance restano al livello di quelle già viste martedì e mercoledì, eccezion fatta – e c’era da aspettarselo – per Elio e Le Storie Tese, che armati di fronti spaziosissime, parrucche e braccia finte regalano ancora una volta un’esibizione unica.

C’è spazio anche per la serietà però, e per i messaggi importanti, a cominciare dal monologo dedicato alla violenza sulle donne di una Littizzetto come sempre brava a colpire nel segno, perchè “L’amore con la violenza e le botte non c’entra un tubo, un uomo che ti mena non ti ama, un uomo che ti picchia è uno stronzo”. I meritati applausi scroscianti accompagnano il flash mob di One Billion Rising eseguito da una cinquantina di ragazze sul palco.

Altro momento di riflessione quello dell’intervista a Roberto Baggio, Fazio ricorda giustamente i suoi grandi successi come calciatore, ma poi il baricentro si sposta sull’attività umanitaria del divin codino, che conclude leggendo un appello ai giovani, e anche ai suoi figli, un elogio alla passione e al sacrificio che può essere parso banale, ma sono parole che fa sempre bene sentire.

 

Ora tocca anche all’ospite internazionale e l’asticella della qualità si alza, dopo la splendida esibizione di Asaf Avidan di ieri, oggi è la volta di Antony and The Johnson, eclettico artista tra i più affascinanti e raffinati del panorama pop rock, che colpisce nel segno e incanta con la sua “You Are My Sister” prima di pronunciare il suo personale appello a favore dell’emancipazione femminile e del rispetto del pianeta.

Fuori dalla competizione quest’anno, tra cavalli di battaglia e flessioni sul palco fa comunque la sua apparizione sul palco dell’Ariston Al Bano, anche se, con rispetto parlando, se ne poteva tranquillamente fare a meno…

 

La classifica provvisoria conferma ancora una volta il vantaggio al televoto di chi proviene dai talent show e di quel filone di pop italiano in cui i talent sono immersi, Mengoni in testa, poi i Modà, Annalisa e Chiara, dietro tutti gli altri, in sostanza tv batte radio 4 a 0, ora aspettiamo il giudizio di qualità.

Festival di Sanremo 2013- Terzo pagellone

Rieccomi qui! Terza serata di Sanremo e terzo pagellone, oggi davvero ricco.

14 febbraio, san Valentino, si comincia male. Fabio e Luciana, mano nella mano, duettano nel giorno degli innamorati, e non si può certo pretendere che assomiglino a Freddie Mercury e Montserrat Caballe, ma con tutte le canzoni proprio “Vattene amore” dovevano cantare? Si salvano dal baratro per l’inclinazione scherzosa del duetto. 4,5

 

La competizione vera comincia oggi, archiviata la pratica del doppio brano oggi troviamo tutti i big sul palco, praticamente una scorpacciata!

1) Simona Molinari e Peter Cincotti – La felicità. Esibizione riuscita ancora, come la prima sera, ritmo da schiocco di dita, Cincotti splendido, applausi meritati. 7,5

2) Marco Mengoni – L’essenziale. Se già la canzone lasciava a desiderare ad un primo ascolto, al secondo risulta fastidiosa quasi quanto il ciuffo sciolto davanti agli occhi di Mengoni, che sembra voler ricordare Renga ma siamo lontani anni luce. 4,5

3) Elio e Le Storie Tese – La canzone mononota. Semplicemente geniali, capaci di sorprendere sempre: fronti altissime, vestiti bianchi da rockstar anni ’50, un paio di braccia posticce per Elio e un’altra impeccabile esibizione. In un mondo giusto il festival di Sanremo si sarebbe chiuso qui per manifesta superiorità. 9

 

Luciana Littizzetto si conferma mattatrice della serata, chiama il maestro Peppe Vessicchio, lo invita a sedersi e gli taglia un pezzettino di barba da tenere come ricordo di Sanremo, poi si fa seria e – seppur con qualche battuta nel mezzo – regala un bel monologo sulla violenza verso le donne. 10 al discorso e 10 allo sketch della barba, avrei voluto farlo io!

 

4) Malika Ayane – e se poi. Voce splendida ed echi seventies, forse di poco superiore alla performance di ieri. brava. 7,5

5) Marta sui tubi – Vorrei. Il rock quando ci vuole ci vuole, e fortuna che ci sono Gulino e soci a ricordarcelo, incisivi come sempre, zero sbavature. 7,5

6) Chiara – Il futuro che sarà. A differenza di martedì, dall’esibizione di stasera si percepisce la scintilla che deve aver convinto Morgan a prenderla sotto la sua ala protettrice, poco più che un sentore, ma che merita una quasi sufficienza. 5,5

 

Sul palco dell’Ariston sale Roberto Baggio. L’intervista di Fazio mette il calcio in secondo piano e punta all’impegno umanitario del codino nazionale (si, lo so, il codino non ce l’ha più, ma poco importa). Baggio è molto impacciato di fronte al pubblico, e televisivamente non è certo un’intervista da audience, in compenso lui è un uomo di buon cuore, questo basta, e al cuor non si comanda. E non si vota.

 

7) Max Gazzè – Sotto casa. Sostanzialmente la fotocopia della performance di ieri, un Gazzè minore direi, ma sempre meglio di un Mengoni maggiore. 6,5

8) Annalisa – Scintille. Un po’ sottotono rispetto alla prima volta, ma può sempre contare sul bacino di televotanti che accompagna gli “Amici” a prescindere dall’esibizione. 5

9) Maria Nazionale – E’ colpa mia. In calo pesante, un’interpretazione decisamente al di sotto della portata della canzone. 6

10) Simone Cristicchi – la prima volta che sono morto. Cristicchi gioca a fare il sofisticato, ma la cosa non gli riesce granchè bene, interpretazione ad ogni modo migliore della precedente. 5

 

Finalmente il pop degno di essere ancora suonato arriva all’Ariston. Antony and The Johnson, cantante dalla voce ammaliante, artista fuori dall’ordinario e soprattutto grandissimo interprete, c’è poco altro da dire, la sua “You Are My Sister” è splendida. Si può fare uno strappo al regolamento e inserirlo in gara? In cambio vi lascio Mengoni, Al Bano (prima che arrivi a fare la sua comparsata, forse ce la facciamo!), e anche Peppe Vessicchio!

 

11) Modà – Se si potesse non morire. Sono tra i favoriti e lo sanno, peccano di superbia e l’esibizione ne risente. 6-

12) Daniele Silvestri – A bocca chiusa. Liscio come l’olio, l’esibizione è allo stesso livello della precedente, con il valore aggiunto del brano che al secondo ascolto guadagna fascino. 7,5

13) Almamegretta – Mamma non lo sa. Sentitissima, forse più di ieri, l’interpretazione della band, molto vibrante. 6,5

14) Raphael Gualazzi – Sai (ci basta un sogno). Questo era il suo brano preferito dei due presentati, e la soddisfazione si riflette positivamente sull’esecuzione di stasera, peccato per gli ormai soliti cedimenti vocali, il livello resta comunque alto. 8

 

Barenboim ha dato forfait, e non è certo un problema da poco. In soccorso sul palco viene fatta salire Leonora Armellini, ventenne pianista padovana dal talento palese. La ragazza si sarà probabilmente sentita come me se mi dicessero di suonare al posto di Eric Clapton, ma tant’è, il suo omaggio a Chopin è godibilissimo, e tanto di cappello! 7,5

 

E’ la volta dei giovani, ed era anche ora, quand’è che qualcuno si prenderà la briga di far ascoltare le nuove proposte ad orari in cui non ci sia bisogno del caffè dello studente?

 

15)Andrea Nardinocchi – Storia impossibile. Ottima performance, visiva oltre che musicale, un brano contemporaneo, anche se con qualche strizzata d’occhio allo standard sanremese. 6

16)Antonio Maggio – Mi servirebbe sapere. Esibizione molto teatrale, pezzo divertente e la gran voce che già avevamo sentito quando con gli Aram Quartet si era presentato a X-Factor. Bravo. 7

17)Paolo Simoni con “Le parole”. Il peggiore dei 4, il brano è banaluccio, ammiccante al pop più classico Sanremese ma poco sentimento e poca verve. 5

18)Ilaria Porceddu – In equilibrio. Voce splendida, brano interessante e ritornello in dialetto sardo, una ricetta decisamente interessante. 6,5

 

Il “superospite” della serata è nientepopòdimeno che…. Al Bano. Insomma lo scambio con Antony non si è più fatto, peccato… Ve lo devo dire? “Nostalgia canaglia” e “Felicità”, per la gioia dei centri anziani di tutta Italia e dell’associazione vinai di Puglia. Per tutti gli altri è la solita minestra riscaldata. 4

 

Antonio Maggio e Ilaria Porceddu passano in finale, e anche questa puntata è giunta al termine, ma prima la classifica provvisoria decretata dal televoto. Marco Mengoni primo, Modà secondi, Annalisa terza e Chiara quarta. Elio e le storie tese ottavi e Malika Ayane dodicesima, e poi ci domandiamo perchè la musica in Italia sia messa così male…. Voto al televoto: 1! E sono stato abbondante!

 

a cura di Ghostrider

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Sanremo 2013 – II° pagellone by Ghostrider

Bentornati allo spazio del pagellone del vostro caro vecchio zio Ghostrider71.

L’eco delle polemiche e dei fischi a Crozza non si è ancora spento e già l’allegro carrozzone del Festival è pronto a ripartire.

Si comincia con Beppe Fiorello che, nei panni del grande Domenico Modugno, ci propone un bel monologo sulla nascita del più grande successo (nel blu dipinto di blu) del cantautore pugliese. Subito dopo è la volta di un medley di successi quali Vecchio frac, Tutto il mio folle amore e Tu si na cosa grande. Si finisce con l’abbraccio tra Beppe Fiorello e Franca Modugno.

Dopo la fugace apparizione di Bar Refali, si passa direttamente alla competizione.

 

1) Modà

  • Se si potesse non morire. Ballatone solido e ben strutturato. Interpretazione garbata e matura, testo pregevole. 7

  • Come l’acqua dentro il mare. Brano classico, rassicurante dal testo banalotto. L’interpretazione comunque vigorosa poco aggiunge. 6,5

 

Max Biaggi ed Eleonora Pedron annuncino che a passare il turno è Se si potesse non morire.

 

2) Simone Cristicchi

  • Mi manchi. Il brano è tedioso, l’interprete odioso e nemmeno troppo intonato. Per carità. 4,5

  • La prima volta che sono morto. A parte il titolo ispiratore di gesti apotropaici, il brano fa veramente cadere le braccia. Greve quando vorrebbe essere poetico, triste quando dovrebbe essere ironico, patetico quando dovrebbe essere toccante. Sull’interpretazione sorvoliamo. Eppure la gente applaude. De gustibus… 4

 

Jessica Rossi, oro olimpico di tiro al piattello, ci diche che passa il turno La prima volta che sono morto

L’ospite di stasera è Carla Bruni. Sorvoliamo pietosamente per evitare incidenti diplomatici…


 

3) Malika Ayane

  • Niente. Pezzo decisamente gradevole, delicato, soave, La voce della Ayane è una vampa calda e corroborante. 7,5

  • E se poi. Brano sbarazzino dal piacevole feeling anni ’60. Viene in mente la migliore Vanoni, invece è Malika Ayane, e scusate se è poco. 7,5

 

Neri Marcorè nei panni di Alberto Angela annuncia il nome di E se poi.

 

4) Almamegretta

  • Mamma non lo sa. Il brano è duro, doloroso ed interpretato con rabbia. Disturbante, intenso. 6,5

  • Onda che vai. Brano pacato e sognante ben sostenuto da un’interpretazione sempre molto sentita. 6,5

 

E’ Filippa Lagerbak ad annunciare la vittoria di Mamma non lo sa.

 

5) Max Gazzè

  • I tuoi maledettissimi impegni. Brano algido e cerebrale nel più puro stile Gazzè. Scontato e già sentito. 5,5

  • Sotto casa. Simpatica marcetta che ironizza sui venditori di fede porta a porta e sulla ricerca di una spiritualità fai-da-te. Divertente, null’altro. 6

 

Tocca alla squadra femminile di scherma annunciare che è Sotto casa a passare il turno.

 

6) Annalisa

  • Scintille. Brano arioso e accattivante interpretato con brio. 6

  • Non so ballare. Brano prettamente sanremese, scialbo quanto basta. L’interpretazione di maniera non aiuta. 5,5

 

Lo chef Carlo Cracco scodella il nome di Scintille.

 

E’ il momento dell’ospite: Asaf Avidan, con la sua Reckoning song. Un timbro vocale inusitato, altissimo per il giovane cantante israeliano, che sembra cantare con la voce di Janis Joplin. L’interpretazione entra nella pelle ed incanta.

 

 

Elio e le storie tese

  • Dannati forever. Cattivi, irriverenti, perfidi ed impietosi. Questi sono Elio e Le Storie Tese, signori, prendere o lasciare. Feroce brano di satira di costume ben calibrato. Esecuzione impeccabile, che altro? 8

  • La canzone mononota. Simpatico divertissement alla Elio, ricco di giochi di parole e di capriole stilistiche. Gustoso. 8

 

Roberto Giacobbo comunica che passerà il turno La canzone mononota.

 

Terminata la kermesse dei Big, largo ai giovani.

 

  1. Renzo Rubino – Il postino (amami uomo). Canzonetta incauta e sciagurata che affronta con retorica e superficialità un tema delicato come quello dell’amore omosessuale. L’interpretazione manierista e ridondante peggiora le cose. Peccato. 5

  2. Il Cile – Le parole non servono più. Solida ballad che attinge alla tradizione. Nulla di nuovo dunque, ma ben eseguito con energia e passione. Adatto ad un pubblico di teenager. 6,5

  3. Irene Ghiotto – Baciami?Brano decisamente sghembo, non privo di un suo fascino, valorizzato da un’interpretazione speziata assai. 6,5

  4. Blastema – Dietro l’intima ragione. Brano solido e attuale, di ottima confezione. Interpretazione di rango, matura e carismatica. 7,5

 

Passano il turno Renzo Rubino (su cui nutro forti riserve) ed i Blastema.

In chiusura di puntata Beppe Fiorello ci regala il bis di Vecchio Frac.

Ci vediamo alla prossima pagellona.

 

a cura di Ghostrider71

Festival di Sanremo 2013- Seconda serata

Il Festival di Sanremo ricomincia, con Fabio Fazio e Luciana Litizzetto decisi a fare dimenticare le polemiche del giorno prima. L’inizio di puntata vede protagonista Beppe Fiorello che, in occasione del lancio della fiction che lo vede protagonista, veste i panni del grande Domenico Modugno regalandoci prima un bel monologo, poi tre brani del cantautore pugliese. Commovente l’abbraccio tra l’attore e la vedova di Modugno a fine performance.

La serata sembra avviata sui binari del garbo e del buon gusto. I ritmi si fanno più serrati rispetto a ieri e maggiore attenzione viene, di conseguenza, dedicata alla gara canora.

E’ confermata l’impressione che sia stata rivolta una grande cura nella scelta degli interpreti: il livello qualitativo dei brani e degli interpreti è decisamente superiore a quello di molte recenti edizioni del Festival.

Il tentativo di sincronizzare il Festival con quella che è la realtà della scena musicale italiana sembra stia cominciando a dare buoni frutti anche se, come è ovvio, si è solo all’inizio del processo.

Gustosi sono stati gli interventi di Neri Marcorè (delizioso il suo duetto con Fabio Fazio), un po meno quello di Carla Bruni, che si conferma musicista di dubbio valore, ma tant’è.

Il palco dell’Ariston si illumina con l’esibizione di Asaf Avidan, cantante israeliano dalla voce straordinaria.

Una serata di buon livello, quindi, anni luce lontana rispetto a quella di ieri.

Fazio e Litizzetto, affrancati dal peso del debutto cambiano passo e gestiscono abbastanza bene la serata.

Un appunto: quei due cominciano ad assomigliare alla coppia Vianello – Mondaini. Speriamo la Litizetto non si offenda.

 

A cura di Antonino Giorgianni

Feb 13, 2013 - CINEMA & TV    No Comments

Festival di Sanremo 2013- Primo pagellone

Festival di Sanremo 2013

Prima serata

Il pagellone di Ghostrider71

Ci risiamo. Un’altro sanremo inizia ed il sottoscritto si ritrova davanti al pc a scrivere, a commentare, a sezionare.

L’inizio sembra promettente: Fazio è un conduttore garbato, con quella faccia che piace alle nonnine; la Litizzetto (che fa il suo ingresso sulla carrozza di Cenerentola) è di tutt’altra pasta: grintosa, forse un pochino volgare ma c’è di peggio.

 

In questa prima serata i big canteranno due brani a testa; sarà il pubblico col televoto a scegliere quale dei due brani sarà effettivamente in gara. Sistema curioso, non privo di un certo fascino.

 

1) Marco Mengoni

  • L’essenziale. Brano turgido e melenso, fastidiosamente gorgheggiato da un Mengoni rigido ed impacciato. Il pezzo risulta piatto e banale. 5

  • Bellissimo. Il brano è una canzonetta ben congegnata, leggerina ma godibile. Il problema è l’interpretazione di Mengoni, completamente fuori linea, rigida, irritante.

Sta a Marco Alemanno comunicare che passa il turno L’essenziale.

 

2) Raphael Gualazzi

  • Senza Ritegno. Il brano non è niente male, coplesso ma comunque immediatamente fruibile. Alcune sbavature alla voce non rovinano la performance di Gualazzi, che comunque sembra lontano dai fasti dell’edizione 2011. 7

  • Sai (ci basta un sogno). Pezzo dolce, profondo ed intenso. Il piano e la voce si sposano perfettamente, calandoci in un’atmosfera di altri tempi, incantandoci. 8

Ilaria D’amico annuncia la vittoria di Sai (ci basta un sogno).

Sorvoliamo sul siparietto con la litizzatto bloccata in cima alle scale e l’incontro con Felix Baumgartner.

 

3)Daniele Silvestri

  • A bocca chiusa. Siamo di fronte ad un brano intimo di lotta e rabbia, politico come la vita che racconta, sentito e onesto. Daniele Silvestri lo interpreta in modo insolitamente garbato e misurato. 7

  • Il bisogno di te (ricatto d’onor). Questo brano è perfettamente in linea con la precedente produzone di Silvestri, che qui può gigioneggiare al meglio. Deboluccio e poco convincente. 6

Tocca a Valeria Birello annunciare la vittoria di A bocca chiusa.

 

4) Simona Molinari e Peter Cincotti

  • Dr. Jeckyll Mr. Hide. Brano postumo del grande Lelio Luttazzi che ci trasporta nei mitici anni ’60, interpretato in modo sbarazzino e coinvolgente. 7

  • La felicità. Si va a tutto swing. La Molinari è briosa e scoppiettante, Cincotti al piano è incantevole. 7,5

 

E’ Flavia Pennetta ad ufficializzare il passaggio de La felicità.

 

Quando tutto sembrava andare per il meglio, complici la conduzione nonostante tutto misurata ed il buon livello dei brani in gara, ecco che arriva Maurizio Crozza. E’ il disastro.

La sua imitazione di Berlusconi è noiosa e tutto sommato inutile, oltre che fastidiosa. Parte una salva di “vai via”, “basta politica”, “pirla” e contumelie varie. Fazio interviene per moderare, alla fine i disturbatori (due nella versione ufficiale, ma sembravano di più) vengono zittiti e, presumibilmente allontanati.

Crozza può proseguire con la sua solita esibizione. E’ la sagra del luogo comune camuffata da satira. I ritmi crollano, l’attezione cede, si ha solo la percezione di una inutile perdita di tempo: si potevano fare esibre almeno tre cantanti al posto di questa insulsaggine.

 

5) Marta sui tubi

  • Dispari. Originale, sghemba, ridondante. Cattura l’orecchio pur lasciando perplessi. 6,5

  • Vorrei. Brano rock robusto e tenero, interpretato in modo vigoroso. 7

     

     

Benedetta e Cristina Parodi fanno capolino per annunciare la vittoria di Vorrei.

 

Entra la coppia gay che il giorno di San Valentino si sposerà a New York, per sensibilizzare, in modo tenero e leggero, la gente sul problema delle nozze gay in Italia e sui diritti degli omosessuali in genere.

 

6) Maria Nazionale

  • Quando non parlo. Brano leggero spensierato ed ottimista. L’interpretazione è lieve ed elegante, piacevole come una sera primaverile. 7

  • E’ colpa mia. Non c’è che dire: Servillo e Mesolella scodellano un brano in dialetto napoletano notevole, intimo e vibrante. Maria Nazionale interpreta questa canzone con un’intensità fuori dal comune, innalzandola verso alte vette. Notevole 8

Passa E’ colpa mia e lo annuncia Vincenzo Montella.

 

Ecco lo sapevo… Altra perdita di tempo. Entra Angelo Ogbonna, ottimo difensore del Torino e della Nazionale, per consegnare il premio Città di Sanremo a Toto Cutugno per la sua “l’Italiano”. Prima dobbiamo sorbirci un pistolottone retorico su un tema importante come la cittadinanza agli stranieri, dopodichè ci tocca sciropparci proprio “l’Italiano” cantata dal Cutugno e… dal coro dell’Armata Russa!

Segue brano chiamato “Le notti di Mosca” su cui stendiamo velo pietoso che è meglio. Chiusura in brodo di giuggiole con il coro dell’Armata Russa che ci somministra una simpatica versione di “nel blu dipinto di blu” (che originalità!).

 

 

Chiara Galiazzo

  • L’esperienza dell’amore. Che palle! Il brano (firmato Zampaglione) è noioso fino alla molestia. L’interpretazione di Chiara anche. 4,5

  • Il futuro che sarà. Brano vecchio ed insipido, musicalmente banale e desolante per i testi, impietosamente massacrato da una sopravvalutata Chiara. 4,5

Stefano Tempesti ci annuncia che in gara entrerà Il futuro che sarà.

 

Finalmente siamo al termine di questa prima serata. Notiamo un deciso innalzamento della qualità dei brani in gara rispetto alla scorsa edizione. Peccato però che i ritmi siano da migrazione dei bradipi. La conduzione si arrabatta ma spesso manca di mordente.

 

a cura di Ghostrider71

Feb 13, 2013 - CINEMA & TV    No Comments

Festival di Sanremo 2013 – Prima Serata

Festival di Sanremo 2013

Prima Serata

 

E’ al via l’edizione numero 63 del Festival di Sanremo, criticatissima per via di una conduzione (Fazio e Litizzetto) considerata troppo faziosa e politicamente orientata.

La serata inizia all’insegna del garbo (Litizzetto permettendo) e con brio, nel tentativo di dissipare l’eco delle polemiche e concentrare immediatamente l’attenzione sulla gara. E’ interessante la trovata di far eseguire ben due canzoni per ogni interprete, per poi fare decidere il brano che passerà in finale tanto dal televoto quanto dai pareri della sala stampa.

La prima tranche della serata scorre via tutto sommato in modo gradevole, tra canzoni e qualche battuta (innocua) della Litizzetto.

Con l’arrivo di Maurizio Crozza la musica cambia: subito dopo l’imitazione di Silvio Berlusconi (noiosa, banale ed inutile, va detto) scattano insulti, si sente gridare “basta politica”, “vai via” ed altro che val la pena tacere. A tumulto calmato, Fabio Fazio cercherà di minimizzare la cosa, attribuendola a due sole persone.

Crozza riprende il suo intervento e, francamente non se ne sentiva proprio la necessità. E’ la solita sfilza di banalità e luoghi comuni a cui il comico ci ha da tempo abituati. Fiacco, senza ritmo né mordente Crozza annoia e risulta una perdita di tempo.

L’intervento di Stefano e Federico, la coppia gay che si sposerà il giorno di San Valentino a New York, è un modo tenero e garbato per sensibilizzare l’opinione sulle nozze tra omosessuali (da noi vietate) senza cadute di stile.

La retorica entra invece in pompa magna con l’intervento di Toto Cutugno, insignito del premiio Città di Sanremo per la sua canzone L’italiano. Consegna il premio Angelo Ogbonna, difensore del Torino e della Nazionale, definito “italiano vero” da Fabio Fazio prima e da Cutugno poi. E’ lo spunto per parlare del diritto di cittadinanza agli stranieri, ma qui i modi mancano di garbo e si scade come detto sul retorico. La successiva esibizione canora di Cutugno (accompagnato dal coro dell’Armata Russa) è deleteria per i ritmi della trasmissione, che crollano ulteriormente.

In tutto questo bisogna dire che il livello delle canzoni in gara è alto e la kermesse si preannuncia agguerrita. La sensazione è che si sia preferito rinunciare alle classiche canzonette tipicamente sanremesi in favore di brani scelti con più cura, capaci di coprire meglio le varie fasce di audience e, soprattutto, di meglio rappresentare l’attuale produzione musicale. E’ anche per questo notivo che la prima puntata di questa 63esima edizione chiude con un bilancio positivo, nonostante parecchie cose siano ancora da limare.

 

A cura di Antonino Giorgianni

Django Unchained

 

“Hey Dijango!” – “La D è muta, bifolco!”. E poi BOOM! Un colpo di pistola e uno splatterissimo fiotto di sangue. Tarantino è tornato e i produttori americani di gelatina rossa possono finalmente dirsi fuori dalla crisi… Ogni volta che al cinema esce un nuovo film di Quentin Tarantino le aspettative sono altissime, perchè da un lato sai già che tipo di film ti dovrai aspettare, con dei punti saldi che rappresentano lo stile inconfondibile del regista americano, ma dall’altro c’è la quasi certezza che, nonostante tutti gli elementi immancabili nei film del buon Quentin, ci sarà da stupirsi, spunterà un nuovo coniglio dal cilindro e facilmente si griderà di nuovo al genio di Tarantino.

 

La sua ultima fatica – “Django unchained” – non fa eccezione: è il classico film Tarantiniano, con tratti inconfondibili come le scene cruente e il sangue che schizza in maniera surreale ad ogni colpo di pistola, pieno di citazioni e riferimenti cinematografici di ogni tipo, eppure è una pellicola che riesce a stupire, ad affascinare e a divertire. A tre anni di distanza da “Bastardi senza gloria”, Tarantino prosegue un percorso di “vendetta storica”, e se nel 2009 i suoi bastardi se ne andavano in giro durante la seconda guerra mondiale torturando i nazisti, stavolta è il turno della vendetta sul razzismo e sullo schiavismo nero nel vecchio west. Il film è un omaggio al grande cinema western, e in particolare a “Django”, pellicola del nostro Sergio Corbucci del 1966 e interpretata da Franco Nero, che in questo nuovo film recita in un divertente cammeo, ma si sta pur sempre parlando di Tarantino, e quindi toglietevi pure dalla testa l’idea di un remake fedele, anzi, scordatevi il concetto di remake, perchè “Django unchained” racconta tutta un’altra storia: siamo a metà del diciannovesimo secolo, Django (Jamie Foxx) è uno schiavo nero che – come tutti gli altri – viene maltrattato dai vari padroni e negrieri, tutto questo fino all’arrivo del dottor Schultz (Christoph Waltz), un ex dentista tedesco diventato cacciatore di taglie. Il dottor Schultz infatti acquista Django da alcuni fratelli mercanti di schiavi, e gli propone un accordo: Django può riconoscere i fratelli Brittle, dei mercanti di schiavi sui quali pende una grossa taglia, e se lo aiuterà a catturarli ne uscirà da uomo libero e con un bel mazzetto di banconote per potersi rifare una vita. Durante le ricerche i due imparano a conoscersi, il Dottor Schultz insegna a Django perisno a leggere, e ben presto scopre che il più forte desiderio di Django è quello di andare a riprendersi sua moglie, Broomhilda, come lui ridotta a schiava. Il dottor Schultz propone allora un ulteriore patto a Django, un patto tra uomini liberi nel quale i due si spartiranno le taglie dei fuorilegge che cattureranno per un anno intero, al termine del quale il dottore aiuterà Django a recuperare sua moglie, prima accompagnandolo in pieno Mississippi ad una sorta di “registro degli schiavi” per scoprire a chi sia stata venduta, e successivamente inventando un geniale stratagemma per andarla a riprendere a Candyland, immensa tenuta di proprietà di Calvin Candie (Leonardo DiCaprio), ricchissimo proprietario terriero con la passione delle “lotte tra mandingo”.

 

Una storia abbastanza lineare, troppo lineare se si parla di uno come Tarantino che ci ha abituati ad ingarbugliamenti infiniti: leggendo questa striminzita trama il film può sembrare la classica storia dell’eroe che va a riprendersi la sua bella, ma quello di Tarantino non è un eroe ma un fantastico antieroe, Django è uno schiavo incazzato che vuole vendetta, non certo un eroe senza macchia e senza paura alla Clint Eastwood, il dottor Schultz poi è un altro personaggio completamente controcorrente: in pieno periodo di schiavismo nero Tarantino tira fuori un personaggio che non sopporta la discriminazione razziale e di quale nazionalità lo sceglie? Tedesco! Già da soli basterebbero due personaggi così particolari a garantire qualcosa di completamente diverso dai canoni classici, ma Tarantino questa volta ha deciso di strafare, e getta nel calderone situazioni comiche che prendono in giro il Ku Klux Clan, dialoghi geniali e, soprattutto, l’antagonista perfetto e il suo scagnozzo, Calvin Candie, interpretato da un Leonardo DiCaprio mai così cattivo e forse mai così convincente e dentro il suo personaggio, e Stephen, capo della servitù di Candyland, un nero che odia i neri almeno quanto i bianchi, interpretato magistralmente da Samuel L. Jackson. Quello che bolle in pentola con così tanti ingredienti non può che essere un piatto succoso, nel quale ovviamente non manca la carne al sangue, ma che soprattutto riesce a conciliare in modo splendido romanticismo, violenza, comicità, azione, vendetta ideologica e chi più ne ha più ne metta. Per il resto il film procede secondo gli standard tarantiniani, capitoli ben distinti, titoloni a scorrimento, citazionismo a destra e a manca (e non è da tutti riuscire a infilare in un western un richiamo al Tony Montana di Scarface), una lunghissima presentazione dei personaggi ed una seconda parte di film dedicata alla vera trama della storia, ritmi lenti ed esplosioni d’azione.

 

Si potrebbe restare ore ad analizzare “Django unchained”, perchè durante le quasi 3 ore del film di carne al fuoco ce n’è tantissima, ci sono le provocazioni, c’è una sorta di vendetta (anche se soltanto sullo schermo) dei soprusi che il popolo nero ha dovuto subire nei secoli, ci sono interpretazioni atomiche di tutti i personaggi principali, dal Django Jamie Foxx, alla classe d’annata di Samuel L. Jackson, fino a Christoph Waltz e Leonardo DiCaprio, entrambi da oscar senza se e senza ma (resta da capire perchè dei due soltanto Waltz abbia ricevuto la candidatura come miglior attore non protagonista). Se ne potrebbero raccontare molte altre di sfaccettature, ma in fin dei conti bastano un paio di frasi: “Django unchained” è un cazzutissimo gran film. E Quentin Tarantino è un genio. Punto.

 

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