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Cattivissimo me 2

Se nel primo film non tardava a rivelarsi più buono di quanto volesse apparire, nel secondo Cattivissimo me il nasuto Gru è dichiaratamente un tenerone. A tre anni di distanza dal film che ha regalato 540 milioni di dollari al tandem Universal – Illumination Entertainment, il ritorno del neopapà Gru e della sua ciurma di Minion è più che mai all’insegna dei buoni sentimenti. Assestatosi nella sua nuova routine di tutore delle piccole Margo, Edith e Agnes, tutta festicciole e cucina casalinga, Gru viene reclutato a forza dalla AVL, la Lega Anticattivi che fa il verso comico allo spionaggio made in USA, per catturare il nuovo cattivissimo: un malefico alchimista che ha sottratto a un laboratorio il pericoloso mutagene PX-4 e punta a sconvolgere l’assetto del mondo. In coppia con l’agguerrita e fascinosa agente Lucy Wilde, con cui nasce una dolce liaison, Gru torna in campo, con qualche riserva iniziale, per prestare la sua esperienza di supercattivo alla causa della giustizia. La regia di Pierre Coffin e Chris Renaud, sapientemente guidata dal produttore Christopher “Mida” Meledandri, recupera e sfrutta gli elementi di successo del primo film e li sviluppa senza particolari variazioni: anche l’evoluzione sentimentale di Gru, arricchita dal suo coinvolgimento amoroso con Lucy, appare come il prosieguo naturale della metamorfosi buonista iniziata nel capitolo precedente. Più che di novità, in questo sequel si può parlare di rincaro degli ingredienti più succosi della saga, dal contrasto tra la fisicità tenebrosa e il cuore d’oro di Gru, agli sketch con le tre bimbe, fino alla vera punta di diamante: quei Minion che tre anni fa crearono un mito e un brand e che stavolta tornano da veri protagonisti. Scorrevole, ritmato e divertente, Cattivissimo me 2 è uno di quei seguiti nati dalla fama di un esordio dorato: non necessari, risultano tuttavia piacevoli al pubblico che ha amato il film precedente e, se anche peccano di troppa aderenza ai topoi del capostipite, se la cavano giocando il jolly dell’ironia. Pensato per grandi e piccoli, come da recente tradizione dei cartoon americani, Cattivissimo me 2 è però un film con una spiccata vocazione infantile: vuoi per l’insistenza sui siparietti comici delle sue mascotte gialle, vuoi per la robusta vena di ottimismo che pervade una trama intitolata a una fantomatica cattiveria, questa seconda tranche di avventure sembra indirizzata più agli under 10 che ai loro accompagnatori.

 

a cura di Elisa Lorenzini

si ringrazia Cinema4stelle.it

BEFORE MIDNIGHT

Richard Linklater chiude il cerchio (forse!) del percorso vitale della coppia Jesse (Ethan Hawke) e Celine (Julie Delpy), iniziato con “Prima dell’alba” e poi continuato con “Prima del tramonto”. “Before midnight” è la loro continuazione, ed è un po’ la resa dei conti della vita di coppia di Jesse e Celine che attraverso momenti d’intenso dialogo mettono a fuoco desideri, aspettative, progetti, ma anche dolorose conclusioni. La storia è ambientata in Grecia. All’aeroporto di Kalamata, Jesse imbarca su un aereo per gli stati Uniti il figlio Hank (Seamus Davey-Fitzpatrick), che ritorna dalla madre, dopo aver passato una lunga e bellissima vacanza con la nuova famiglia del padre. Celine, le gemelle Ella e Nina (Jennifer e Charlotte Prior) ora sono la famiglia di Jesse, ma Hank non cessa mai di far parte dei pensieri del padre. Ed è proprio questo forte sentimento per il figlio, che spinge Jesse a proporre a Celine di trasferirsi tutti negli Stati Uniti, lasciare Parigi e ritrovarsi nuovamente in una dimensione americana, già sperimentata insieme anni prima. Ma Celine non accetta questa proposta che, anzi, è come una piccola miccia che pian piano alimenta un grande ed incontrollabile fuoco di sentimenti repressi, di rinunce ed anche insoddisfazioni. Ospiti di Patrick (Walter Lassally), un maturo scrittore immigrato in Grecia, l’affermato romanziere Jesse affabula tutti con i suoi racconti e Celine di rimando lascia trasparire una certa stanchezza ad essere considerata l’ispiratrice, seducente musa francese del mondo fittizio romanzato dal marito. Voglia e desiderio di un cambiamento? Ma quale? Richard Linklater, ancora una volta porge il dialogo come soggetto a tutto tondo, un’emancipazione del rapporto a due, costruito su una piattaforma di sentimenti ed emozioni, di attrazioni forti, di concretezze progettuali, di negazioni e bisogno di innovazione. In una sontuosa camera d’albergo, messa a disposizione come regalo dagli amici greci, la vita di coppia di Jesse e Celine ad un certo punto è come se si trovasse ad un bivio, costretta ad affrontare fantasmi relegati in angoli bui, ma che si propongono perché esistenti. Mentre i corpi s’incontrano per lasciarsi andare nell’incanto del dialogo amoroso, le parole sono fendenti più affilati di una spada. La realtà è lì che aspetta al varco una coppia che scoppia, con il carico dei figli, ambizioni, attese e tante delusioni. Jesse e Celine percepiscono dolorosamente che il loro passionale momento idilliaco è passato, non poteva durare in eterno, la loro relazione ha cambiato forma. Richard Linklater non si smentisce con questo terzo capitolo sull’evoluzione del rapporto di coppia Jesse-Celine. Senza stucchevoli romanticherie, i due attori reggono alla perfezione la scena, su un dialogo misurato e convincente sulla forza del sentimento. Il finale chiude alla perfezione. Un cinema, quello di Linklater, che sa raccontare senza inutili retoriche, una situazione conflittuale di coppia, cambiata per la maturità del rapporto, difficile da metabolizzare.

 

a cura di Rosalinda Gaudiano

si ringrazia Cinema4stelle.it

RUSH

Nel 1976, sulle piste del campionato di Formula1, si disputò uno dei duelli automobilistici più appassionanti della storia di questo sport: quello tra l’austriaco Niki Lauda e l’inglese James Hunt. A raccontarlo è il premio Oscar Ron Howard, che affronta nuovamente una storia a due binari paralleli come fu per “Frost/Nixon”, narrando, con “Rush”, la nascita, l’apogeo e la fine della rivalità tra i due piloti, interpretati da Daniel Brühl (Niki Lauda) e Chris Hemsworth (James Hunt). Partendo dal campionato di Formula3, durante il quale i due si conobbero, la storia giunge al grande campionato di Formula1 del 1976, nel quale Lauda gareggiò con la Ferrari e Hunt con la storica rivale McLaren, dopo aver militato, nel 1973, nelle file della BRM, dove conobbe il suo pilota spalla Clay Regazzoni (interpretato nel film da Pierfrancesco Favino). Dopo aver vinto il suo primo titolo di campione del mondo nel 1975, l’anno successivo Lauda dimostrò ancora una volta il suo incredibile talento, vincendo sei gare su nove, finché il primo agosto, sulla pista di Nürburgring in Germania, uno dei bracci di sospensione della sua Ferrari si spezzò improvvisamente. L’auto, senza più controllo, urtò contro un argine della pista, librandosi nell’aria e schiantandosi con forza poco più avanti. Uno dei veicoli che seguiva si schiantò a sua volta contro la Ferrari, provocando un devastante incendio: il pilota austriaco rimase così intrappolato in un terribile inferno di fuoco, per poi essere trasportato con urgenza in ospedale. L’incidente lasciò gravissime ferite sul suo volto, visibili purtroppo ancora oggi, che non riuscirono, però, a fermarlo, tanto grande fu la sua determinazione di tornare in pista e sconfiggere Hunt che, forte dell’assenza di Lauda, era riuscito nel frattempo a recuperare molti punti. La sceneggiatura di “Rush” vede la firma di Peter Morgan (che aveva già collaborato con Howard per la sceneggiatura di “Frost/Nixon”), il quale ha dovuto fare i conti con un lavoro che rischiava di cedere facilmente al didascalico, dimenticando di marcare equamente il carattere dei due personaggi. Rischio percepibile proprio all’inizio del film, in cui la voce fuori campo di Lauda presenta al pubblico se stesso e il suo futuro rivale, ma che svanisce, fortunatamente, poco dopo, per tramutare “Rush” in un’opera introspettiva e coinvolgente, che riesce a calibrare in maniera magistrale dialoghi, caratterizzazione dei personaggi e ritmo della narrazione, uniti da una regia impeccabile e attenta al dettaglio. All’ironia e al sarcasmo di alcune battute fa da contrappeso un costante sentore di morte, evocato, ad esempio, da inquietanti immagini di ragni o gambe martoriate dopo un brutale incidente, a presagire il tragico destino che attende i due protagonisti, o meglio, a indicare quanto la vita dei due sia costantemente appesa a un filo molto sottile. Perfetti Brühl e Hemsworth, che con le loro impeccabili interpretazioni trasmettono perfettamente quel dualismo esistenziale tra chi la vita vuole viverla al massimo, concedendosi ogni piacere per poi dare tutto se stesso sul campo (Hunt), e chi, da professionista esperto, calcola ogni rischio in percentuale, fa della riflessione attenta e ponderata il suo punto di forza ed è costantemente concentrato sui propri obiettivi (Lauda). Howard non chiede di scegliere, ma mostra imparzialmente due facce di una stessa medaglia, rappresentando pregi e debolezze di entrambe: Hunt, competitivo e passionale, vive la vita al massimo somatizzando però ogni delusione attraverso alcol e droga (che lo porteranno alla morte prematura a soli 45 anni); Lauda, introspettivo e intelligente, perde la sua intraprendenza (mediata sempre e comunque dalla riflessione) nel momento in cui si rende conto che ha qualcosa da perdere: la donna che ama. È quindi una competizione prima di tutto esistenziale quella di “Rush”, che corre rapida come una macchina da corsa senza che lo spettatore percepisca lo scorrere del tempo (ben due ore), catturato da quelle vite che viaggiano rapide sullo schermo alla ricerca di quel brivido capace di renderle degne di essere vissute, sfidando rischi, paure e persino la morte.

 

di David di Benedetti

Viva la libertà di Roberto Andò

Uscito poco prima della chiamata elettorale dello scorso febbraio, il film di Roberto Andò Viva la libertà ha sollecitato le voci della critica, sia in senso positivo che negativo, di sicuro anche in virtù della componente politica e della natura “profetica” della trama, trasposizione cinematografica del romanzo Il trono vuoto (Bompiani, 2012, pp.238, euro 17,00).

La scena si apre in clima di aperta campagna elettorale; il partito dell’opposizione (leggi, velatamente, PD) si ritrova dall’oggi al domani privo di una guida. La figura del leader, incarnata da Toni Servillo, nei panni di Enrico Oliveri, non si riconosce più come tale e, consapevole di un sostegno e un approvazione da parte degli elettori sempre meno consistenti, decide di scappare, abbandonando il campo di battaglia nel momento più delicato, oltre che più importante, della guerra.

Ospitato in Francia, a Parigi, da una sua ex fiamma conosciuta 25 anni prima durante il Festival di Cannes, Enrico Oliveri scoprirà presto di esser stato egregiamente sostituito da suo fratello: Giovanni Ernani. Pseudonimo di un filosofo intellettuale, spigliato, imprevedibile, curioso, coraggioso, nonchè pazzo, il gemello del protagonista diventa personaggio chiave del film e della trama. Grazie ad una personalità eccentrica, dinamica ma consapevole della delicata situazione politica in cui versa il Paese, Giovanni Ernani risolleva le sorti del partito d’opposizione chiamando in causa gli insegnamenti vigili degli intellettuali del passato e di una storia che, ora più che mai, vorremmo si facesse maestra e guidasse le sorti di questa Italia, ancora ostacolata dal peso grave di una politica assente, timorosa e stanca dei suoi stessi protagonisti.

Martina M. E. Fiore

Star Trek 2 – Into darkness

 

Nuove avventure per l’equipaggio dell’Enterprise. Kirk, Spock e compagni si troveranno a fronteggiare un’attacco alla federazione da parte di un terrorista geneticamente modificato; dovranno affrontare un ammiraglio della Flotta stellare che medita ungolpe militarista e, possibilmente, dovranno impedire la guerra totale con i Klingon.

Non c’è che dire, JJ Abrams non fa mancare nulla ai suoi affezionati spettatori. Se col primo film aveva riscritto le basi del mito (eh si, Star trek lo è) con eleganza, rispetto ed un pizzico di anarchia, con questa pellicola il regista prende possesso a pieno titolo dell’universo creato da Roddenberry.

Il film contiene tutti gli elementi più caratteristici della serie, rimiscelati in un modo inusitato e coinvolgente. La pellicola fa perno su un’idea semplice e geniale: il nemico viene dall’interno. In seno alla federazione ci sono ben due serpi: un genocida geneticamente modificato (Kahn) ed un ammiraglio che lavora sottotraccia per sovvertire l’ordine costituito della federazione. Un fedele ufficiale della federazione si trasforma, suo malgrado, in un pericolo letale per essa. I dubbi corrodono i protagonisti, costringendoli ad affrontare paure che neanche osavano confessare di avere. Il motore di curvatura stesso , vero nucleo della nave, si ritrova ad essere un avversario da fronteggiare. Il nemico viene dall’interno.

Non siamo però di fronte ad una trama cervellotica e contorta, tutt’altro. Lo svolgimento è serrato ed adrenalinico, con ritmi che toccano vertici di parossismo difficilmente riscontrabili in altre pellicole. La comprensibilità del film non ne risente e lo spettatore, pur pienamente rapito nel vortice dell’azione, non perde mai di vista la trama, godendo appieno di ogni sfumatura.

Come detto sono presenti molti degli elementi caratteristici della serie originaria. Kahn, il dottor Carol Marcus e la stessa sequenza del nucleo di curvatura sono presi di peso dal secondo film della saga: l’ira di Kahn. In effetti in questa pellicola ad immolarsi per riparare il nucleo di curvatura era Spock e non Kirk, ma anche questo fa parte del paziente lavoro di riscritura effettuato da Abrams.

I personaggi sono delineati alla perfezione. Anche alle figure minori è stata conferita tridimensionalità, perfezionando quindi quell’impressione di verità fondamentale alla buona riuscita di una pellicola.

Uno sguardo particolare viene rivolto alla dualità di Spock, incastrato tra due identità culturali diametralmente contrapposte, ed al suo sforzo di autoaccettazione , strenuo come strenua è la ricerca del sè.

Deliziosi i rapporti tra i personaggi, su cui troneggia l’amicizia armata tra il volitivo Kirk ed il granitico vulcaniano.

L’impatto di questo film sul pubblico è decisamente robusto e coinvolgente, e su questo Abrams ci ha abituato piuttosto bene oserei dire. Il film scorre piacevole, commovendo, strappando risate, mozzando il fiato, lasciando un piacevole senso di appagamento alla fine. I più golosi tra di voi potrebbero provare l’irresistibile voglia di precipiratsi al botteghino per comprare immediatamente un’altro biglietto…. Fatelo.

 

Antonino Giorgianni

Recensione – L’uomo d’acciaio

La storia di Superman la conosciamo tutti e non è tanto per dire: la conosce davvero tutto il mondo. Il pianeta Krypton è abitato da creature dalle sembianze antropomorfe ma mille anni luce più all’avanguardia di noi terrestri, così avanti che, a corto di materie prime, hanno prosciugato il pianeta fino al nucleo e ora Krypton sta per esplodere. Jor-El e Lara Lor-Van, due splendidi esemplari kryptoniani, spediscono il loro unigenito Kal-El sulla Terra per salvargli la vita e dare al pianeta la speranza di rinascere. Kal atterra in Kansas nella fattoria dei Kent, che nascondono nel capanno la navicella spaziale e adottano il bambino dandogli nome Clark. Tutto bene fino ai trent’anni, quando il ragazzo, che nel frattempo è andato in giro per il mondo alla ricerca delle sue origini, scopre finalmente tutta la storia. A raccontargliela è il padre morto, una sorta di fantasma amletico che tutto sa e tutto può e ricompare periodicamente come guida spirituale o coscienza parlante. Quello che Clark non sa (e nemmeno il fantasma del padre) è che hanno attivato un segnale che li ha resi visibili ai superstiti di Krypton, tra cui il vendicativo Generale Zod, uccisore di Jor-El, che vuole ripopolare la Terra. Zod però non è disposto ad adattarsi alle condizioni atmosferiche del nostro pianeta come gli suggerisce Clark, perché ci vorrebbe troppo tempo, quindi decide che è meglio adattare l’atmosfera terrestre alle sue esigenze (maledetti alieni, vogliono tutto e subito!). Inizia in questo momento la guerra fra Clark, con tutina e mantellino d’ordinanza, un esiguo gruppo di kryptoniani e l’esercito U.S.A. che in 143 minuti di film sprecherà cinque tonnellate di piombo prima di capire che le pallottole non hanno nessun effetto sugli alieni e che è meglio lasciar fare a Superman. Dopo una quantità imprecisata di scene di combattimento tra Zod e Clark, tutt’e due velocissimi, capaci di volare e con una forza straordinaria, proprio quando sembra impossibile che uno prevalga sull’altro, in un crescendo di tensione, di spintoni e di rumore, Clark spezza il collo a Zod e finisce tutto. La prima mezz’ora di film era quasi convincente, fino a quando non è parso chiaro a tutti che ogni volta che compariva con il suo costume (su cui persino la madre ironizza), misteriosamente Clark cambiava anche acconciatura. Spettinato Clark/capelli all’indietro Superman. Ah! Ovviamente tutta la storia s’intreccia con l’idillio d’amore tra il nostro supereroe e la giornalista fresca di Pulitzer, Lois Lane: è lei che scopre la vera identità di Clark, lei che si arrampica tra i ghiacciai, lei che si allea con il fantasma di Jor-El per architettare un piano vincente. Insomma, lei la mente, lui il braccio. Alla fine, a pericolo scampato, chiaramente si baciano. Usare un soggetto così popolare ha i suoi rischi. Puoi prenderti la briga di chiamarlo Man of steel, puoi mettere Russel Crowe nei panni di Jor-El e anche Kevin Costner in quelli di Jonathan Kent, ma se non dai al film quel quid in più che lo distingua da tutti gli altri film sullo stesso argomento (e il 3D non conta), sarà soltanto uno in più. Il finale della storia è già noto al pubblico, è quindi necessario far leva su qualcos’altro. Non che sia facile intuire quale sarebbe potuta essere l’arma vincente, magari la narrazione dal punto di vista marginale di uno dei personaggi, o un’attenzione maggiore alla psicologia del protagonista, insomma qualcosa di inaspettato e in controtendenza. Invece no, tutto è prevedibilmente come da manuale, con una scarsissima attenzione ai dialoghi che finiscono per essere di una terribile ovvietà.

 

a cura di Francesca Cantore

si ringrazia per la collaborazione

il portale Cinema4stelle

RECENSIONE – April Fools

 

Prendete dei testi ben strutturati, mai banali, ora taglienti ora teneri, mischiateli sapientemente con un tessuto musicale solido, elegante e potente ed otterrete “April Fools”, pregevole lavoro della band omonima.

Ci troviamo di fronte ad un album sapientemente miscelato, la cui radice rock è contaminata da molteplici influenze che vanno dal blues al funky, passando per il soul, sfiorando il folk, la lounge ed echi wave. Il risultato finale è un sound elegante, estremamente personale, la cui cifra è la misura.

Nulla è fuori posto, nulla è sovrabbondante; tutto si regge sull’estremo equilibrio e sulla precisione. La cura messa nel lavoro la si può riscontrare anche nel sound engeneering dell’album, estremamente curato e puntuale.

E’ un disco adatto ad ascolti improntati alla riflessione, ma riesce anche ad essere un’ottima colonna sonora per momenti leggeri e spensierati.

Colpisce il livello generalmente molto alto dei brani in scaletta, tra cui spiccano“Nella mia città”“Dicembre”“Semplicemente (taggato)”“In stand by”.

Consiglio: dischi come questo vanno tenuti sempre a portata di mano per pronto utilizzo causa astinenza da buona musica.

 

Redazione ELFA Promotions

Last Far West – Uno sguardo oltre la frontiera.

 

Per la seconda volta in due anni, i registi Cristian Iezzi e Chiara De Marchis approdano allo “Short Film Corner” del Festival di Cannes, e lo fanno con un corto intrigante, intriso di tenerezza e sarcasmo. Ma andiamo con ordine.

Last Far West è la storia di… un funerale! Il rito dovrebbe svolgersi secondo modalità strampalate, subito avversate dai figli della defunta. Sarà il giovane nipote a difendere strenuamente le ultime volontà della nonna. Lo sgangherato corteo si mette in marcia, inerpicandosi per gli stretti e ripidi viottoli del paese, perdendo man mano per strada i suoi partecipanti, finchè il nipote,rimasto da solo…

Questa la trama, ma è il suo svolgimento che ci interessa da vicino. Strutturato come un complesso gioco di rimandi tra flashback e flashforward, il racconto tgioca con i diversi toni della commedia, ottenendo sfumature via via cangianti, dal comico all’amaro, ad esempio, poi forse via verso l’onirico, il profondo, l’amaro, il giocoso.

Il concetto di gioco impronta di se questo cortometraggio, lo si nota dalla caratterizzazione garbatamente caricaturale dei personaggi; lo si intuisce da come il concetto di asincronia temporale venga adoperato per mostrare o celare indizi agli spettatori; si disvela (all’interno della trama) nelle indicazioni che la defunta dà per la sua tumulazione.

Tutto è teso ad indirizzare, depistare, imbonire, divertire, emozionare lo spettatore, conducendolo verso un finale destinato non solo a cambiare le carte in tavola, bensì anche ad instillare un inusitato parallelo tra la squisita, gaia, tenera amarezza che è alla base della storia e quel susseguirsi incoerente di eventi dalle tinte ora gaie ed ora fosche che è la nostra esistenza,

Il gioco dei flashback-flashforward tende ad emulare il più possibile il funzionamento della nostra memoria: il flusso degli eventi non appare mai come un corpus coerente, bensì è più un susseguirsi di immagini caotiche, confuse fra di loro.

Con questo sistema i due registi si guadagnano la chiave per l’intimo dello spettatore, lo scrutano fino nell’intimo, restituendogli un palpitante ritratto di sè filtrato attraverso la lente della quotidiana insensatezza.

Il nerbo dell’intrico visivo tessuto dai due giovani registi è sicuramente la fotografia. Le inquadrature quasi mai seguono canoni tradizionali: c’è sempre un senso di sghembo che, com’è ovvio, intriga, coinvolge, trasmettendo però contemporaneamente un vago senso di spaesamento.

Capranica, coi suoi vicoli, le sue salite, ben si presta ad essere sappresentata come un labirintico mosaico di scorci, degno teatro di questa tragicomica via crucis.

La scelta di sfruttare, fin dove possibile, la luce naturale conferisce un sapore di concretezza alla vicenda. I colori sono forti, netti , precisi, impietosi come la situazione narrata.

Una menzione particolare meritano le musiche composte da Michele Bettali, Stefano Carrara e Fabrizio Castania, piacevolmente ispirate alle commedie degli anni ’70

Concludendo, non è sbagliato affermare che si tratta di un lavoro di pregiata fattura, elegante e maturo, piacevole conferma del talento della coppia Iezzi – De Marchis, di cui aspettiamo curiosi i prossimi lavori.

 

Antonino Giorgianni

RECENSIONE – EPIC

L’ultima opera in CG 3D del regista Chris Wedge e del suo staff, Blue Sky Studios, già realizzatori della saga de “L’era glaciale”, torna a rievocare la favola d’avventura a sfondo ambientalista, passando però dalla declinazione delle ere evoluzionistiche al tempo mitologico. Per questo il conflitto delle forze della natura, che nel suo ciclo vitale di trasformazione non può che darsi in creazione, distruzione e ancora nuova genesi, in “Epic – il mondo segreto” viene antropomorfizzato secondo l’etica e l’estetica della tradizione più arcaica che canta di gesta leggendarie, di civiltà fantasmagoriche che si uniscono in eserciti per difendere o usurpare il dominio del regno in cui vivono. Dunque, premesso un mondo fatato di esseri microscopici, avremo i buoni da un lato, i Leafman, difensori della foresta al fianco della regina Tara, e i cattivi dall’altro, i Boggan, spietati devastatori; di tutti non si danno altre motivazione che non siano i valori innati di bontà, bellezza e coraggio per i primi, tenebre, malvagità e mostruosità per i secondi. La consueta dose di ironia demandata ai personaggi secondari, goffi e imprevedibili, completa la ricetta classica in cui trova spazio l’immancabile incipit sentimentale tra i protagonisti principali, i giovani eroi, che trovando in se stessi la volontà di affrontare e non sfuggire più le avversità, segneranno il fondamentale passaggio all’età adulta. D’obbligo, per quanto generica e non ostentata, anche la quota citazionista, che sostiene l’attenzione comune dell’eterogeneo pubblico di grandi e piccini. Lampante il richiamo al cult Disney di fine anni ’80, “Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi”. La protagonista, Mary Katherine, non verrà materialmente rimpicciolita da una delle bizzarre invenzioni di suo padre, scienziato un po’ strampalato, ma soffre parimenti per la disaffezione familiare dovuta proprio alle ossessioni paterne, che ha fatto dello studio dei minuscoli Leafman la sua unica missione di vita. Così come associabili allo stesso film sono le gag in cui M. K., una volta assunte magicamente le dimensioni ridotte dei Leafman, dovrà fuggire le effusioni del suo cane, che ora le appare come un gigantesco dinosauro, o dovrà cercare in tutti i modi di farsi vedere e aiutare dal padre dietro una lente di ingrandimento e chiaramente dopo lo svenimento di quest’ultimo alla vista di sua figlia grande quanto un insetto. M. K. si ritrova, dunque, come una novella Dorothy o Alice ( anche in questo nuovo “sottobosco” la figura del saggio è rappresentata da un bruco svogliato e svampito che, attraverso un bizzarra maieutica, cerca di condurre l’eroina alla presa di coscienza del proprio compito) chiamata a combattere una battaglia epocale in difesa di un mondo fantastico su cui incombono le tenebre del male. Nel remake dei cliché, in cui al messaggio ecologista si affianca lo slogan esistenziale “che qualcosa non si veda, non vuol dire che non ci sia” o “nessuno è solo. Siamo foglie legate allo stesso albero”, tuttavia, è possibile ravvisare lo sviluppo di almeno un paio di temi meno abusati. In primis la questione della diversità e della distanza, nei termini di proporzioni fisiche, vissute agli antipodi dalle due specie di esseri viventi: M. K. e suo padre sono affascinati dalla leggiadria del mondo vegetale, mentre i piccoli abitanti della foresta, dai guerrieri a cavallo di colibrì alle chiocciole, ridicolizzano gli umani, la cui grandezza li rende goffi e incomprensibili. Se l’approccio e la conoscenza, tanto perseguite dallo scienziato, ma fino ad allora depistate dai guardiani della foresta, si rendono possibili solo tramite la magia della regina morente, che riduce M. K. della sua stessa misura, perché combatta letteralmente al loro fianco, sul lieto fine della vittoria sulle forze del male, la convivenza paritaria tra le due diverse forme di vita potrà avvenire di contro attraverso il prodigio tecnologico della comunicazione mediata da computer e webcam, in cui gli interlocutori, pur mantenendo le loro specifiche fattezze, superano reciprocamente le differenze di scala rientrando nella virtualità dell’immagine restituita dallo schermo. Ed infine, il valore degli insegnamenti, conservati nella memoria, sia individuale che collettiva, spesso sottovalutati nella semplicistica accezione di ricordi conclusi. Gli alberi sono per antonomasia simbolo di vita e di memoria, portando inscritti negli anelli del tronco le tracce delle età precedenti. Il saggio bruco Nim Galuu, è infatti il custode e l’interprete del grande archivio della foresta, dove di anello in anello si registra, cataloga e conserva tutto ciò che nella foresta accade, cercando con ciò di orientare l’azione nel presente in funzione del futuro. È qui che tutti i protagonisti impareranno che ogni più piccolo gesto incide sull’ecosistema, quindi sulla propria identità, contribuendo a costituire le condizioni di nascita di ogni nuova vita. Il prezioso bocciolo, che la regina Tara affida a M. K., quale simbolo del governo del regno, e pertanto bramato dai Boggan, è infatti la rappresentazione della neutralità della natura, che si perpetua incondizionatamente di nascita in nascita, contraddistinta solo dalla mutevolezza delle circostanze in cui viene alla vita, quasi mai semplicemente la luce o le tenebre, appunto, ma anche le ambigue zone d’ombra.

 

a cura di Carmen Albergo

Si ringrazia per la collaborazione

il portale Cinema4stelle

RECENSIONE – LA GRANDE BELLEZZA

La grande bellezza che cerca Jep Gambardella, e presumibilmente anche Paolo Sorrentino, è quella di una storia che si concluda come l’autore se l’è immaginata per troppo tempo, girando a vuoto senza mai trovare l’anello mancante. Jep, a suo modo, ci riesce. E Sorrentino? Non è facile rispondere a questa domanda perchè La grande bellezza è pieno di qualche pregio e di tanti elementi contraddittori. Si parte dal presupposto che Jep sia uno scrittore in perenne vacanza, autore di un solo romanzetto in giovinezza e appena diventato sessantacinquenne, senza la voglia e il tempo di rimettersi a scrivere. Si continua inscenando molte situazioni, a volte efficaci e altre annacquate, che raccontano la sua vita mondana, consapevolmente sprecata e vuota, come se i personaggi si guardassero allo specchio e dedicassero a se stessi o ai propri amici– solo i più sfacciati – The hollow men, mutatis mutandis e abbassato moltissimo la gravità morale del contesto. Jep (Toni Servillo) salta da una festa all’altra, nella sua casa di fronte al Colosseo, finchè non incontra Ramona (Sabrina Ferilli), un’altra delle parentesi aperte e non ancora chiuse della sua vita. Ma solo una delle vicende parallele raccontate sembra saper riportare a un livello cosciente ed esplicito il suo bisogno di scrivere, che lo faccia passare da un desiderio accantonato a un impegno attivo: lasciamo allo spettatore il piacere di questa scoperta. Tutto cucinato in un ritmo in cui è fin troppo facile riconoscere Paolo Sorrentino: compassato, accompagnato dalla morbidezza e dalla mobilità della macchina da presa e da dialoghi che rivelano i caratteri dei personaggi, ma che rasentano troppe volte il banale e il fastidioso. Ecco perchè non facciamo in tempo a godere pienamente dei pregi: perchè vengoni subito attenuati da un insieme di piccoli difetti. Si fa ironia sullo sfarzo e il buco morale di tanti ricchi annoiati, ma lo si ostenta più di quanto sia necessario, ed è proprio questo il motivo per cui a volte manca la credibilità necessaria per appassionarsi. Evocativo ed efficace ma tristissimo nel contempo è il momento in cui quello che resta di Serena Grandi svetta sulla folla, per augurare buon compleanno a Jep: certamente indicatore dell’ambiente in cui ci si muove ma a tratti irritante perchè gli si dedica troppa attenzione. Fanno capolino tra questi scivoloni alcuni momenti divertenti, in molti dei quali il merito è di Carlo Verdone e – questa è la notizia – anche di Servillo, non così ingessato nel pressocchè unico personaggio che attraversa vari suoi film. Gradevole anche la vena irriverente ma in fondo ottimista che conduce tutti i personaggi alla conclusione, chiudendo i filoni narrativi aperti in precedenza e permettendo la conquista per ciascuno, a suo modo, della sua grande bellezza. Quella di Sorrentino, però, non è così grande.

 

a cura di Paolo Ottomano

Si ringrazia per la collaborazione

il portale Cinema4stelle

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