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Ago 13, 2014 - INTERVISTE    No Comments

INTERVISTANDO FRANCESCO GUCCINI

In esclusiva per la redazione ELFA Promotions, abbiamo il piacere e l’onore di pubblicare per esteso l’intervista al noto cantautore poeta

Francesco Guccini a cura di Lucilla Corioni.

Si ringrazia per la collaborazione

Roberta Valeriani

Ci sono personaggi, artisti che scrivono dei testi che la gente ascolta, e crede in ciò che ascolta, e spera in ciò che sente, invece poi si scopre che il personaggio non è coerente in ciò che scrive, Insomma…non è un personaggio “vero!”Un famoso cantautore ha scritto questa frase in una canzone:Non fidarti degli artisti, loro inventano emozioni per venderle a due soldi”.

F.G “Mahh…insomma, un po’ severo questo giudizio”.

Guccini, Bertoli, Bassignano…Credo che in voi la gente si sia veramente immedesimata. Di questo lei, se ne è reso conto?

F.G. “In linea di massima sì, ma a volte sì, a volte no. Quando una canzone esce, non è mai dell’autore, è di chi l’ascolta, la adatta alle proprie idee, ai propri desideri, alla propria vita.
Questo succede. La canzone non è patrimonio dell’autore, ma di chi l’ascolta e se la sente addosso. Si cerca di scrivere cose che si adattino anche alla vita degli altri, ai desideri degli altri”.

Francesco Guccini si sente realizzato come artista? Ma io non sono un artista, io sono un artigiano. Ho scritto anche una canzone intitolata “Gli artisti”

F.G. Realizzato? Bohh…Ho deciso di chiudere perché facevo fatica a fare i concerti, non avevo più la voglia di una volta, ed è meglio smettere a questo punto”.

Un bel coraggio a smettere ancora all’apice del successo…

F.G.“No, non ho fatto fatica, assolutamente!”.

Cosa pensa della nuova musica d’autore?

F.G. “Non l’ascolto. Io non ascolto più musica”.

Perchè?

F.G.”Non ne ho più voglia. Adesso scrivo libri e leggo”.

A noi, che eravamo di sinistra, ascoltando le sue canzoni negli anni delle occupazioni di fabbrica, in quegli anni che ancora c’erano certi valori, quando eravamo più uniti, ci si aiutava ascoltare la sua musica. Percepisce ancora qualcosa di tutto questo nell’attuale periodo storico?

F.G. “Adesso c’è una grande crisi, quindi la gente ha delle necessità dirette, diverse, a volte c’è, a volte no, dipende.

Secondo lei di tutte le battaglie che la sinistra ha fatto, ne è rimasta traccia?

F.G.“Che devo dire…qualcosa è andato a punto, qualcosa si è perso, qualcosa si farà. Bisogna sempre sperare che qualcosa succeda, altrimenti la vita si riduce, si secca. Dobbiamo sperare che qualcosa si concluda in maniera positiva”.

Lei sente che la gente le vuole bene? Una grande soddisfazione immagino…

F.G.“Behh…sì, abbastanza. A volte però è pesante”.

E’ un prezzo che comunque si deve pagare, non crede?

F.G. “Forse sì, anzi, certamente”.

Ha qualche rammarico?

F.G. “Mahh…, un rammarico si può avere a 30 anni o a 40”. Di solito si fa un resoconto col passare degli anni.

Ha qualcosa che avrebbe voluto fare ma che non ha mai realizzato?

F.G. “Magari la vita ti pone delle scelte, ma sono fatti personali, non legati ad una canzone o cose di questo tipo”.

 

Per la Redazione ELFA Promotions

www.elfapromotions.com

Ott 12, 2013 - INTERVISTE    No Comments

L’ARTE PITTORICA DI FRANCO FARINA

E’ l’estetismo tra il reale e il surreale, la dualità del fisico e dello spirituale, a dominare le opere di Franco Farina. Nato a Bergamo, lavora nel suo studio ad Olgiate Molgora in provincia di Lecco. Dopo anni di intensa attività, le sue opere sono ora  in Italia, Germania, Danimarca, Stati Uniti, Francia, Inghilterra, Spagna, Svizzera, Belgio, Olanda e Russia. E’ molto apprezzato per i suoi dipinti e per i ritratti. Michela Zanarella lo intervista per la redazione ELFA Promotions. 

 

D- Come ti sei avvicinato alla pittura e quali sono le tappe fondamentali che hanno segnato la tua carriera?

 

La pittura possiamo dire che è sempre stata una mia passione fin da bambino. Abitavo in un mulino, dove vi erano intorno anche alcune cascine con cavalli e animali dell’aia e quindi  vari pittori venivano a dipingere questi paesaggi ed io li guardavo, poi chiesi a mia mamma di prendermi una tavolozza con acquerelli e pennelli e mi misi a disegnare e dipingere anch’io. Un altro punto fondamentale fu un maestro che ebbi alle elementari che seppe riconoscere ed apprezzare le mie capacità naturali nel disegnare e dipingere e questo fu un incentivo nel creare e continuare per quella strada. Un’altra tappa fu a 19 anni, nel 1976 conobbi una ragazza, ora la mia attuale moglie, che dipingeva anche lei ed iniziai con lei a dipingere ad olio su tela, poi negli anni successivi, negli anni ottanta ho conosciuto un’ insegnate di acquerello e ho iniziato a studiare l’uso di questa tecnica ed utili anche l’uso di manuali d’arte e lo studio dell’ armonia del colore. Successivamente ho ripreso l’olio come tecnica, ma in un nuovo sistema più simile ai pittori rinascimentali, studio dei manuali e scritti dove sono riportate le tecniche e quindi la pittura ad olio che faccio,  perde quella matericità tipica del periodo impressionista. A questo punto siamo alla fine degli anni 80 e decido di creare una serie di opere che devono stupire e lasciare a bocca aperta, quindi creo una mostra, dopo le prime collettive ho organizzato mostre personali e da lì non mi sono più fermato. Da passione e hobby la pittura  è diventata la mia professione parzialmente negli anni 90 e completamente dopo il 2000. Ho collaborato con Gallerie e nello stesso tempo creo io stesso mostre collettive o personali. Ora collaboro con una Galleria di Stoccolma “Studio  Fyra  Årstider”

 

D- Quali correnti artistiche hanno in qualche modo determinato il tuo stile? Come si è evoluta o se vogliamo trasformata la tua arte nel tempo?

 

All’inizio come dicevo erano i pittori che vedevo dipingere tendenzialmente impressionisti ad affascinarmi, quindi facevo così anch’io. Amavo dipingere le ninfee di Monet, i laghetti con le ninfee ed il ponte giapponese. Mi piace molto Claude Monet. Nello studio dei pittori rinascimentali, nella loro tecnica di come creare tridimensionalità sulla tela o sulla tavola tramite il disegno, le luci, il colore e le varie velature provai ad usare queste tecniche e divennero mie. I vari studi che portavo avanti mi diedero modo di esprimermi sempre meglio e spaziare su vari temi, tecniche e materiali continuando a sperimentare e conoscere. Mi piace divagare su varie tematiche e con diverse tecniche arrivando a dipingere con lo stucco veneziano su pannelli preparati, anche se poi torno sempre ai classici colori ad olio e all’ausilio di colori acrilici e acquerelli che sono le tecniche classiche. Ciò che mi piace fare nell’arte pittorica, nelle immagini che creo è proprio interpretare un mondo che non obbedisca alle leggi naturali, come ad esempio la gravità o creare figure che son più parte del sogno e dell’immaginazione e quindi son più fedele a quel mondo sognato che al mondo solido della realtà di questo universo. 

Grazie a studi di filosofia applicata ho avuto modo di accrescere e mantenere viva la mia creatività e fantasia.

 

D- Nelle tue opere è ricorrente la visione onirica del soprannaturale, mi ha particolarmente colpito “I due Universi”. Come è avvenuta la realizzazione?

 

Come ho accennato lo studio di una filosofia applicata permette di comprendere gradualmente chi Tu sia veramente, la dualità del fisico e spirituale, la relazione che hai in quanto spirito e il tuo corpo, con questo universo e gli altri esseri. Questo studio  mi ha dato modo di poter osservare il mondo sotto un’ altra forma. Una visione che ognuno di noi fondamentalmente ha, ma non sempre ne è consapevole, e certe  volte o spesso con la confusione della attuale società certe verità vengono offuscate. Quindi con questo dipinto ho voluto rappresentare l’anima ed il corpo, la dualità. In effetti quel dipinto “I due Universi” la prima versione dipinta in parte con pennellate di colore impressionista e il corpo e l’acqua dipinti in modo più simile alla tecnica rinascimentale, sono due mondi, il fisico rappresentato da quella bella fanciulla nell’acqua e la parte evanescente che si eleva al di sopra del corpo che è l’anima, ciò che Tu sei veramente. Ed il tutto espresso con  due tecniche diverse nello stesso quadro in perfetta armonia. Un voler armonizzare questi due universi, che è ciò che ciascuno di noi cerca di fare giornalmente in modo più o meno consapevole.

 

D-Spazi dal surrealismo all’astrattismo metafisico, sperimentare stili diversi può favorire il concetto di originalità?

 

Io spazio in vari mondi creativi, mi piace scrivere favole e poesie, mi piace la musica, mi piace la pittura e nella pittura mi piace creare senza dover soggiacere a correnti, tecniche o metodi. Questo non è gradito ad alcuni Galleristi che preferiscono il pittore inquadrato che dipinge sempre la stessa faccia o le stesse cose, così è identificabile. Non seguo quella regola, ma il mio concetto è che se un musicista è bravo dovrebbe saper suonare musica classica, jazz e rock, dovrebbe spaziare in queste forme d’arte musicale. Uno che sa leggere e fare solo musica classica lo ritengo limitato. Così nella pittura. Per me è un pregio il fatto che spazio in tecniche e varie forme d’arte. E’ un po’ come saper parlare tante lingue e quindi aver modo di farsi capire meglio. O potermi esprimere come meglio credo o sento in quel momento. E’ originalità.

 

D- La pittura e la sua funzione nella società. Una tua riflessione.

 

Posso estendere questo concetto all’arte. L’arte ha la funzione di elevare spiritualmente l’essere, la persona che sei TU. Quando senti una bella canzone, quando guardi un bel quadro, quando ascolti una bella poesia o quando leggi un bel libro, questa opera d’arte Ti deve dare un’emozione positiva, ti deve far sentire un po’ più vivo, ti deve elevare spiritualmente, ti deve portare in un mondo che si dischiude ai tuoi occhi grazie alle immagini, ai suoni o alle parole organizzati in modo armonioso per comunicare un messaggio. La vera arte deve trasmettere, deve darti qualcosa,  poco o tanto, ma è sempre una finestra sul mondo dell’artista che ha evocato in quel momento e te lo sta mostrando, e tu lo puoi percepire. E’ un momento magico e a volte possono scorrere le lacrime dagli occhi ascoltando una musica, osservando un quadro o leggendo un libro, lacrime di liberazione o gioia. In un certo senso l’artista inietta la vita in questa società e penso che la maggior parte delle persone siano artisti anche nel semplice vivere.

 

D- Come pensi possa essere l’arte del terzo millennio?

 

Ritengo che l’arte classica sia e sarà sempre la linea conduttrice. Ma aperta a sperimentazioni e tecniche innovative.

L’ uomo dopo aver sposato la materialità come se fosse un culto e accorgendosi della bassa condizione in cui si sta dirigendo, si rende conto in tempo per poter smettere di seguire il culto della materialità e quindi prendere a guardare la spiritualità in un nuovo modo in cui lo studio di questa materia non sia fatto di dogmi ma uno studio scientifico delle materie umanistiche, l’artista è il messaggero di questo nuovo movimento che è nato ed è in espansione.

Ogni movimento filosofico o religioso è stato espresso dagli artisti. Puoi vedere nell’arte che sta nelle nostre chiese e nei nostri musei. Ogni movimento di pensiero ha i suoi esponenti nella musica, pittura e nelle varie forme d’arte. Ma il gusto del bello è parte innata dell’uomo. E’ solo quando si degrada al punto da desiderare la morte per se e per gli altri che sembra prediliga il gusto del brutto (e dei cadaveri). Se guardiamo la storia, i periodi fiorenti delle civiltà sono pieni di artisti e di opere d’arte e i periodi brutti e negativi son pieni di morti, gli artisti erano pochi e i liberi pensatori venivano bruciati vivi (resi cadaveri). Spettacolo ben poco edificante per una società. Quindi possiamo dedurre che in base al numero di artisti che operano in una società questo influenza la qualità di vita di quella società. E le nazioni che hanno appoggiato l’arte ne hanno sempre giovato e sono luoghi civili, nazioni che invece hanno oppresso artisti hanno avuto brutti momenti e la vita in quei luoghi ne ha risentito. Mi auguro che le persone del governo e le persone comuni possano fare le corrette scelte in questo periodo in modo da ridare a questo mondo un nuovo rinascimento. Questo è ciò che auspico e che promuovo. E se si vuole veramente, e molte persone sono in accordo su questo, so che accadrà. Quindi hai una certa responsabilità in questo gioco.

 

D- Progetti per il futuro.

 

Mostre, che siano in Galleria o in piazza, l’importante è comunicare con le persone.

Ho una mostra collettiva con altri artisti a Stoccolma tenuta dalla mia amica gallerista Irene. Domenica prossima 13 Ottobre in piazza a Lecco. Il 20 Ottobre a Vimodrone in provincia di Milano. A Novembre in una Galleria a Milano e poi Bergamo Alta in Piazza Vecchia etc etc. Ma i grandi progetti sono un nuovo rinascimento. Sono in comunicazione con parecchi artisti sia in Italia che all’estero e tutti accarezzano questa idea di un nuovo rinascimento sia nelle arti che nella società che porti maggiore benessere e sanità tra le persone. Poi non da meno un progetto di una scuola d’arte, dove uno può iniziare con le prime basi o può specializzarsi. Inoltre c’è da dire che ad un artista ed in particolare un pittore insegnano a dipingere, ma non basta, bisogna insegnargli anche come poter vivere con l’arte che fa. Mi piacerebbe proprio creare un nuovo movimento artistico ispirato ad un nuovo rinascimento. Passo per passo ce la faremo. Anche Tu che ascolti o leggi, non ne sei escluso.

Mag 20, 2013 - INTERVISTE    No Comments

La carica e l’energia dei FourONE

 

I FourOne sono Amato Scarpellino, William Di Lello, Gabriele Manzo e Thomas Grazioso (tutti ex concorrenti di Amici). Le loro strade si sono incrociate in un percorso artistico comune che sta portando loro un notevole successo. Con il cd “Noi no” stanno girando l’ Italia, conquistando letteralmente il pubblico.

I FourONE, quattro ragazzi legati da un’esperienza televisiva nel talent show di Canale 5, “Amici” di Maria De Fillippi, ora insieme in un progetto artistico-musicale. Gabriele, Thomas, Amato e William, come nasce il vostro gruppo?

Il progetto FourONE nasce nel settembre 2012 grazie ad una stima reciproca che ci ha tenuti legati anche dopo l’uscita da AMICI. Le rispettive caratteristiche vocali hanno sicuramente contribuito alla realizzazione del progetto: THOMAS, con un timbro pop melodico, AMATO, con un timbro più acuto, WILLIAM con un timbro graffiato e GABRIELE, ballerino hip hop, con la passione per il rap. Oltre che vocalmente ci troviamo bene anche nel quieto vivere, siamo proprio una vera squadra.

 

Thomas Grazioso, ti abbiamo visto nella quarta edizione di Amici, ballerino, attore, musicista, cantante, sei un artista a tutto tondo. Come si è evoluta la tua creatività nel mondo dello spettacolo? Come stai affrontando l’esperienza con i FourONE? Che valore ha per te l’amicizia e la famiglia?

Sono nato per vivere d’arte: lo studio del pianoforte ha sempre accompagnato la mia adolescenza, così anche la passione per il canto. Entrando nella scuola di “Amici” ho cominciato a prendere seriamente anche la danza e la recitazione, cosa che mi ha permesso, in seguito, di spaziare dalla televisione, al teatro e al cinema. Ovviamente la mia attitudine è sempre stata il canto e di concerti ne ho fatti tanti, arrivando a realizzare un album di inediti “Amami” scritto e prodotto interamente da me…ma poi la voglia di fare sempre di più, di crescere, di provare nuove esperienze mi ha portato dove sono adesso: nei FourONE.

Quanto all’amicizia, quella vera, è il dono più bello ed io pur essendo circondato da migliaia di persone….beh, lasciamo stare…diciamo che i miei migliori amici sono la mia ragazza, Amato, Gabri e Willy, il mio cane, dal quale non mi separo quasi mai….e devo dire che sento molto vicini Pippo e Monica Landro, rispettivamente il nostro produttore e la nostra promoter che mi sono entrati nel cuore non solo professionalmente. Il resto viene e va… Ovviamente una questione tutta a parte è quella della mia famiglia. Sebbene sia uscito di casa molto presto, lasciando il paese e lasciando lì mia Mamma, mio Papà e mia Sorella, li sento comunque tutti i giorni e appena ho un minuto libero li vado a trovare; anche loro sono molto presenti e quando vengono ad ascoltarmi in concerto.. beh, è il più bel regalo che io possa ricevere.

 

William Di Lello, cantante, ricordo a memoria le parole del singolo “Sei speciale”, che ti ha dato la notorietà nella nona edizione di “Amici”. Cosa significa essere parte di un gruppo di talento? Cos’è per te la musica?

 

Fare parte dei FourONE mi diverte molto e mi dà anche molta carica ed energia. Sento che cresco ogni giorno: dal punto di vista professionale ed umano. Quanto alla musica, io vivo di musica da sempre. La ascolto, la canto, la commento, la ballo: penso che senza non saprei come vivere.

 

Amato Scarpellino, ti abbiamo visto nella quinta edizione di “Amici”. Musica e sport, le tue più grandi passioni. Quale canzone del passato secondo te ha lasciato un segno nella storia della musica?

..beh, di canzoni che hanno fatto la storia della musica ce ne sono molte, ma dato che siamo italiani io direi le canzoni di LUCIO BATTISTI, che hanno letteralmente rivoluzionato il modo di fare musica.

Quanto poi al connubio musica e sport, posso solo dire che sono due elementi fondamentali per me: entrambi mi accompagnano nei momenti tristi e felici…e poi quando si fa sport, la musica dà quella carica che offre una marcia in più. Quando mi alleno o alleno gli altri, la musica non manca mai! Posso dire che la canzone migliore per fare gli addominali è la nostra NOI NO?

“Noi no, non ci arrendiamo, noi no, combatteremo, noi no la nostra forza è la volontà!”

Più incisivo di così!!

 

Gabriele Manzo, cantante e ballerino di Hip-hop, noto al pubblico per la partecipazione alla nona edizione di “Amici”. Una tua definizione di danza. Ti senti più ballerino o cantante?

La danza è un’ arte che si esprime col corpo ,con la mente e con la musica, prima a se stessi poi al pubblico.

Mi ha dato la possibilità di crescere spiritualmente diventando stile di vita che ho completato grazie al canto. Mi sento cantante e ballerino. Mi sento che l’una appartiene all’altra.

 

State girando l’Italia con un tour nelle piazze e nei centri commerciali. Il vostro cd “Noi no” è già un successo. Che rapporto avete con la popolarità?

Beh, è molto bello avere persone che ogni giorno ti scrivono sui social. Ci danno la carica che ci serve per poter credere ogni giorno di più in questo progetto. Tutti sappiamo quanto sia difficile il percorso artistico che abbiamo iniziato e il loro appoggio è linfa vitale per noi. Ci aiutano a mantenere vivo il sogno che stiamo vivendo. L’aspetto più bello è che i nostri fans ci seguono nella promozione. Ce la mettono tutta. Hanno realizzato un fanclub su facebook (è un gruppo di facebook) e lì fanno riunioni, parlano di noi, di cosa possono fare per noi, organizzano giochini, concorsi, quiz. Hanno formato una famiglia fantastica. Alcuni di loro, seppur in città lontane, sono diventati molto amici e in occasione dei nostri concerti si sono conosciuti. E’ semplicemente bellissimo tutto questo, per noi…

 

Una vostra riflessione sulla disoccupazione giovanile, che ha raggiunto i massimi storici dell’economia nazionale.

Questo è un gravissimo problema del quale parliamo spesso tra di noi. C’è una nostra canzone NOI NO nella quale lanciamo proprio un grido di protesta verso questa società che ci mette alla prova tutti i giorni. Diciamo che il futuro appartiene a noi e quello che vogliamo intendere è che dobbiamo lottare mettendocela tutta, con tutta la volontà possibile. Questo il significato più profondo della canzone. Nel generale, poi, quello che non ci piace è questa politica giovanile di scappare dall’Italia per trovare fortuna all’Estero. Abitiamo in un Paese bellissimo, dove non manca niente…e il futuro appartiene a noi! Coltiviamolo… 

Progetti per il futuro?

Progetti tanti, e anche belli importanti! Speriamo di raggiungerli tutti e di poterli mostrare con i fatti!

Un progetto immediato è che stiamo lavorando per il nostro CD completo di 12 brani. Un altro progetto immediato è quello del Tour in piazza che stiamo proprio organizzando in questo periodo. Faremo concerti di 2 ore, presentando i nostri brani ma anche bellissime cover ri-arrangiate in chiave “FourONE” ..e poi ci saranno tante sorprese, ma le potrete vedere solo venendoci a vedere durante i Live. Per sapere dove saremo basta cercarci su facebook o su twitter. Lì scriviamo direttamente noi e rispondiamo a tutte le mail o i commenti. E ovviamente scriviamo tutti gli eventi!

Se ci concedi ancora un minuto, vorremmo cogliere l’occasione per ringraziare il nostro sponsor CIPO&BAXX, che si occupa e preoccupa del nostro look con molta attenzione e disponibilità, ma soprattutto vorremmo salutare i nostri fans e dirgli sempre “dajeeee”!!!

Un abbraccio dai FourONE

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Intervista a cura di Michela Zanarella 

Apr 16, 2013 - INTERVISTE    No Comments

Intervista – con Nicole tra Hollywood e Broadway

Nasce a Roma, vive a Londra e sogna Broadway, ama Frank Sinatra e i Led Zeppelin, la perfezione del canto lirico e il suono polveroso e sporco del blues, cresce ascoltando il jazz e il soul di Etta James e Billie Holiday, ma quando sale sul palco con la sua band canta Springsteen, Janis Joplin e i Guns N’Roses. Tutto questo è Nicole di Gioacchino, cantante e vocalist romana di nascita, londinese di adozione e viaggiatrice per vocazione, 20 anni, una voce esplosiva che copre tre ottave e una carriera iniziata prestissimo, con le lezioni di canto prese da piccolissima, e scandita da diverse collaborazioni illustri nell’ambiente della musica italiana e dello spettacolo, l’ingresso nel coro pop-gospel SAT&B e infine i musical, vero amore di Nicole che anno dopo anno si trasforma prima in un sogno e poi in realtà: a 16 anni è tra le protagoniste di “’68 italian rock musical” e a 17 partecipando come soprano ai cori dell’opera di Michele Guardì “I promessi sposi”. E poi ancora due band e un duo blues all’attivo, partecipazioni a concerti-evento e festival,  insomma, una carriera da fare già invidia e un futuro che si prospetta più che roseo…

Il 2013 è l’anno del debutto ufficiale di Nicole, verrà pubblicato infatti il suo primo singolo, prodotto dal DJ e producer irlandese Des Mallon, e allora andiamo a conoscerla meglio!

 

d: Ciao Nicole, cominciamo dal principio, hai cominciato ad avvicinarti alla musica e alla canzone da molto piccola, come è nata questa tua passione per la musica e per il canto?

R: Ciao! In realtà è una domanda che incuriosisce me per prima: non ho mai saputo rispondere con una motivazione reale, è come se fosse nato tutto in modo molto naturale. Sapevo di avere un legame particolare con questa Forma Suprema di comunicazione. Ero molto diversa da come sono ora, ero la timidezza fatta bambina ed ogni giorno lo passavo con il “porgi l’altra guancia”, parlavo poco. Dall’asilo alle scuole superiori ho avuto una mutazione quasi totale direi, grazie alle esperienze di cui avremo modo di parlare più avanti, se non fosse per la costante frase degli insegnanti ai miei genitori: “E’ come se Nicole fosse su un altro pianeta. C’è, ma è come se stesse da un’altra parte e glielo leggi negli occhi”. Era vero: la maggior parte delle volte pensavo alle partiture da studiare per il pomeriggio stesso per la scuola di musica, la band, lo show, a seconda dell’anno in cui mi veniva detto. A 4 anni sono andata da mia mamma e le ho detto “Voglio studiare canto mamma, voglio essere Christine” (Avevo appena visto The Phantom Of The Opera a New York). E loro mi hanno lasciata fare.

 

d: Tra le tue fonti di ispirazione si possono leggere grandissimi nomi, tra i quali Frank Sinatra, Janis Joplin, Etta James e i Led Zeppelin, insomma, il tuo iPod dev’essere un bel casino! Come si amalgamano le influenze di artisti di generi tanto distanti? Cosa ha in comune la Nicole che ascolta gli Zep con quella che ascolta Sinatra?

R: Il mio iPod E’ un vero e proprio casino! Credo che il merito di avere tante influenze diverse sia prima di tutto dei miei genitori. Mia madre è un’appassionata di Frank Sinatra, di tutto quello che ha a che fare con lo swing, ma anche della Whitney degli anni ’80, essendo cresciuta con lei. (Mia madre è più giovane di me!). Gli Zeppelin e Springsteen invece mi ricordano mio padre, le volte che salivo in macchina e avevamo i loro CD ad libitum. Nicole che ascolta Frank è la stessa che ascolta gli Zep perché è lì che sarò sempre bambina: sono quelle cose che mi faranno sempre ricordare come ho cominciato, l’importanza di tornare sempre a casa e che non sono poi così distante da quello che ero, perché per me il momento più bello della giornata era sempre quello in cui dovevo andare a lezione di canto. E poi vogliamo parlare dell’assoluta grandezza del blues…?

 

d: Oltre alla musica nella tua vita c’è un’altra costante, il viaggio, quanto conta per te viaggiare e quale impatto ha il viaggio sulla tua esperienza musicale e artistica?

R: Il viaggio per me rappresenta la completezza dell’essere. Puoi essere chiunque, puoi fare qualunque cosa, ma se non hai viaggiato hai meno di uno che lo fa. Sarà che io da quando sono nata ogni 5-6 mesi ho una destinazione di viaggio diversa, sia perché fortunatamente abbiamo avuto le possibilità di farlo, sia perché siamo tutti super patiti di viaggi in famiglia. Mio nonno, scomparso non molti anni fa, era un fotografo della compagnia americana Associated Press (le sue foto erano sul Messaggero negli anni ’70, ’80 e ’90) e grazie a quel lavoro ha potuto girare il mondo, a volte anche accanto a Papa Wojtyla. Mia madre si faceva raccontare le storie di quei paesi, dall’India al Messico, agli Stati Uniti, all’Africa, e ne restava affascinata, come accadeva a me poi non moltissimi anni dopo. Rubavo le cartelle che mio nonno teneva nel suo stanzino e sbirciavo tutte le foto fatte in giro per il mondo. Lui è lo stesso che poi mi ha insegnato tutto quello che so sulla fotografia,  mia altra supergigante passione. Proprio perché amo viaggiare ho seguito le orme di mia madre, che a 18 anni è andata a vivere a Brighton (qualche anno dopo è tornata e ha avuto me) e sono venuta a vivere a Londra. Ma non so per quanto, visto che ho già in mente una prossima meta…

 

d: A sei anni duetti con i Pooh, a 12 affianchi i Negramaro e Mariella Nava, a 14 lavori con Teddy Reno e a 19 ricevi i complimenti di Leon Hendrix per la tua esecuzione di “Whole Lotta Love” al “Rock city” di Roma. Quali sono le sensazioni del lavorare fianco a fianco con artisti come questi e di incontrare un vero e proprio mito come Leon? In futuro, con chi vorresti duettare?

R: Le sensazioni a volte sono indescrivibili e vorresti che non finisse mai. Ma ho tanta, tantissima strada da fare e sono un tipo che sogna decisamente in grande. Tutti dicono sempre “Io non sarò mai uno di quelli”. Io invece a volte penso il contrario: “E se fossi io uno di quelli?”. Questo è il mantra che mi ha fatto lottare contro bocciature, falsi amici, colleghi capaci e non, serpi e cattive compagnie. Quando sai fare qualcosa ti vogliono buttare giù, vederti realizzata sarebbe lo specchio del loro fallimento, ma questa è un’altra storia. Insomma, non sono un tipo che si perde d’animo e alcune di queste collaborazioni le ho ottenute per pura fortuna, altre grazie alla mia determinazione. 

A 14 anni volevo tatuarmi il logo degli Aerosmith sulla schiena. Una cosa tamarrissima, ma quello che volevo (e che sotto sotto ancora bramo) era SOLAMENTE fare un paio di canzoncine con il signor Steven Tyler! Ma scherzi a parte, purtroppo quelli con cui mi sarebbe piaciuto cantare non sono più nel mondo dei vivi e quelli che rimpiango più in assoluto sono Etta, Janis e Frank. Anche se Steven Tyler e Robert Plant sono ancora vivi, e forse posso rifarmi con l’erede, magari esce qualcosa con Michael Bublé, non si può mai sapere 🙂

 

d: Collaborazioni importanti, due rock band e un duo blues all’attivo, e infine i musical, prima il “’68 italian rock musical”, poi “I promessi sposi”, quando e come hai cominciato ad appassionarti ai musical? Quanto è lontano Broadway?  

R: Sinceramente? Il musical è stata la cosa più inaspettata che potessi trovare nel mio percorso artistico!

Ne ho visti diversi a Broadway e poi qui a Londra sin da piccola, ma non avrei mai pensato di poter affrontare una preparazione per poter un giorno essere una performer. Avendo studiato con noti nomi del vocal coaching nel musical italiano come Gabriella Scalise, e pochi anni dopo con Francesco di Nicola, ho conosciuto aspetti tecnici della formazione fisica del mio apparato vocale, che mi hanno aiutato a perfezionare il suono e la voce stessa. Poi grazie a ’68 Italian Rock Musical, scritto e prodotto da alcuni dei nomi più influenti a livello di vocal coach, performers, attori e insegnanti come Maria Grazia Fontana, Attilio Fontana, Luca Velletri, Giulio Costa, Michela Andreozzi e Orazio Caiti, ho potuto portare questi studi sul campo stesso. Non smetterò mai di ringraziare questi nomi, uno ad uno, perché mi hanno resa una persona diversa, finalmente consapevole del dono che potevo portare con me stessa, ma consapevole anche del sacrificio che avrei dovuto fare per portarlo avanti. Avevo 16 anni e la mattina dopo lo spettacolo dovevo sempre ritornare a scuola, ed era ogni giorno una lotta perché nessuno capiva che la musica può essere (ed è a tutti gli effetti) un lavoro. E quelli erano gli anni in cui il mio ego cominciava ad essere un po’ più grande delle mie paure, gli anni in cui ho tirato fuori me stessa al 100% perché la musica è l’unica cosa che sapevo fare e volevo fare. 

Un lavoro tosto, duro, che non ti lascia mai alcuna certezza se non quella per la quale hai cominciato, ovvero l’amore per la musica stessa. E’ solo l’amore che ti porta avanti, sempre e solo quello. 

 

d: A 18 anni hai partecipato a X-Factor, e devo dire che è quantomeno raro vedere qualcuno con una formazione artistica come la tua partecipare ad un talent, programmi che per definizione tendono a prediligere il pop, come mai questa scelta? Che tipo di esperienza è stata?

R: X-Factor mi ha fatto capire tante cose, ma una più di tutte: quello che non voglio nella mia vita. 

Io sono quella che sogna Broadway e Hollywood insieme, il glam, i glitter, oro, sono egocentrica a volte da far schifo, un po’ strana e mentire è l’ultima cosa che so fare. Però ci ho provato, mi sono detta “magari funziona”. E fino ad un certo punto è stato così. Poi per motivi apparentemente incompresi all’inizio, ma poi per fortuna capiti da chiunque abbia un livello di conoscenza musicale decente, non ho potuto continuare il mio percorso. Ci sono rimasta male, non poco inizialmente, ma aldilà di tutto ho conosciuto amici con cui ancora adesso ho un ottimo rapporto e quello a cui sono più vicina è Landon Gadoci, un biondino texano che qualche anni fa ha cominciato a fare video su YouTube, accumulando milioni di visualizzazioni. Ha una vocalità da brivido e con lui ho collaborato anche recentemente in un mash up che si può trovare sui nostri rispettivi canali di YouTube (http://youtube.com/nicoleofficialtube – http://youtube.com/gadoci). Lui da Austin spesso viene in Italia e io sto pianificando di andare fra non molto in Texas, facciamo serate e sessioni di studio di registrazione insieme. E’ un grande amico ed un grandissimo artista, ci stimiamo a vicenda e abbiamo un’affinità musicale che ho potuto trovare con pochissimi altri artisti, sempre miei grandissimi amici.

 

d: Progetti per il futuro? Sogni nel cassetto?

R: Bella domanda, ma il pentolone qui ribolle di novità! Da quando sono a Londra ho cercato subito lavoro per stabilizzarmi, ma ho ricevuto da poco una notizia mega-super-gigantemente meravigliosa: sono stata presa nel coro gospel londinese Urban Voices Collective, fresco di Cerimonia di Chiusura alle Olimpiadi 2012 in duetto con i Muse, e soprattutto appena usciti dagli Abbey Road Studios per il loro EP. Non vedo l’ora di cominciare a lavorare perché sono super entusiasta! Nel frattempo continuo a lavorare sul mio singolo prodotto dall’irlandese Des Mallon, in uscita nei prossimi mesi con distribuzione mondiale e su iTunes. 

Da quando vivo qui non so mai cosa farò il giorno dopo, e mi piace così. Ho sempre i miei sogni e me li tengo stretti, ma lavoro perché prima o poi diventino realtà, e tra questi c’è un contratto con una grossa etichetta discografica. Come ho detto, sono quella da Broadway e Hollywood insieme… che cosa vi aspettavate? 🙂

Apr 15, 2013 - INTERVISTE    No Comments

Intervista ad IGOR NOGAROTTO

 

VOLEVO UCCIDERE GIANNI MORANDI

Un romanzo che ha già conquistato i lettori, inconsueto e divertente. “Volevo uccidere Gianni Morandi” di Igor Nogarotto, edito da Eclissi è un vero e proprio successo editoriale.Il libro vanta la prefazione di Giuseppe Giacobazzi di Zelig. Igor Nogarotto è musicista e titolare di Samigo, agenzia di spettacolo ed etichetta discografica.

D- Il tuo libro “Volevo uccidere Gianni Morandi” è già un caso mediatico, un romanzo inconsueto, spiazzante, ironico, perchè questo titolo?


Buongiorno a Tutti : )

Morandi è da sempre l’icona del successo, quello pulito, apparentemente facile, ma in realtà frutto di sacrifici e scelte umili, sempre all’insegna dell’onestà e del buon senso. Be’, non è poco! Quindi Gianni Morandi (cantante, attore, conduttore) è l’esempio per chi si approccia al mondo artistico o comunque per chiunque, nella propria vita, rincorra i propri sogni, cercando di seguire la stella cometa della propria ispirazione, che sia essa lo scrivere, il progettare palazzi, cucinare o cucire. Quando poi dopo mille peripezie, barriere insormontabili e difficoltà miste assortite non ce la fai… insomma, quella che prima è ammirazione si trasforma lentamente in invidia… quando poi è PROPRIO LUI, in persona, che ostruisce il tuo iter verso il successo… insomma, da tuo mito, diventa ossessione e siccome non ce la fai, non ti resta che cercare di prendere il suo posto: rapirlo, estorcergli l’elisir del successo e poi eliminarlo!

D-Titolare di Samigo, agenzia di spettacolo ed etichetta discografica, musicista e scrittore. Come ti sei avvicinato alla scrittura? Cosa rappresenta per te la musica?

L’approdo alla scrittura è la sublimazione di un percorso: a 20 anni me ne sono andato di casa ed ho (giro)vagato per molte città italiane; ho assorbito un sacco di input, visto e osservato, ascoltato ed origliato, mi sono immerso in culture a me molto distanti… insomma ho fatto incetta di sensazioni, condite da molti errori (indispensabili per maturare), sia in ambito professionale, sia sentimentale. Poi, ad un certo punto, scatta una molla: tutto il pregresso esperienziale viene metabolizzato e rigettato fuori attraverso il filtro della tua sensibilità! Una calamita potentissima attira i tuoi polpastrelli verso i tasti della macchina da scrivere o del pianoforte… e ti metti a creare, finalmente, le TUE opere, che possono piacere o meno, ma hanno il tuo odore e tu le (ri)conosci, perché sono spogliate dai prodotti chimici plastificati e ‘sanno’ di TE!

La Musica è ed è sempre stata la colonna sonora di questa meravigliosa passeggiata ad ostacoli che è la vita.

 

D- Tra le tue produzioni discografiche, cito in particolare “Ho bisogno di Superman” e “Alter Igor”. Cosa accomuna questi due album, c’è un brano a cui sei maggiormente legato?

Nulla li accomuna! Se non che li ho scritti e cantati IO ; )

Le mie produzioni discografiche hanno seguito parallelamente la mia crescita umana e viceversa: per fortuna sono cresciuto! Anche artisticamente (…spero…). Se riascolto “Ho bisogno di Superman”, sento un sacco di difetti… Proprio come, quando ripenso a quanto ero cocciuto ed intrattabile quando sbarbatello avevo 20 anni (oddio, lo sono ancora, ma molto meno…). Non rinnego nulla, sia ben chiaro: ogni tappa del processo creativo è indispensabile per progredire: se si ha la forza di osservarsi e di fare consapevole autocritica, si riesce nel tempo a migliorare. Ma certo, se dovessi rifarlo ora, stravolgerei arrangiamenti, timbro vocale, testo… TUTTO!

Alter Igor” è la mia ultima creazione: la trovo più interessante, ma cambierei delle cose anche in quell’album! Sono sempre in progress… non mi accontento mai… mannaggia…! Di questo disco comunque, cito “Vado dal dottore” (che testimonia la mia reale ipocondria) e “Va tutto bene”: secondo me sono 2 ottimi brani! E l’idea del dialogo con se stessi, con il proprio alter ego (il mio si chiama Alter Igor) è ripresa in “Volevo uccidere Gianni Morandi”, dove ci sono continui confronti e dialoghi tra chi scrive e chi legge: all’interno del libro il Lettore commenta alcuni passaggi, giudicando quello che lo Scrittore ha scritto! E’ una sorta di autoanalisi, ma anche di ‘divertente contrappunto letterario’… (questa non l’ho capita, ma mi sembra che suoni bene…).

 

D-Tornando al tuo libro, quale messaggio si cela in quest’opera? Cosa vuoi comunicare ai lettori? Editorialmente parlando, ti senti supportato e sostenuto dalla casa editrice?

Il mio intento è di creare il difficile connubio tra ironia e profondità: molti di coloro che mi hanno letto mi hanno detto di aver riso molto, ma, contemporaneamente, di aver colto molti spunti di riflessione: questo per me è un risultato straordinario! Riuscire a dire cose “di peso” con leggerezza: ecco, questo secondo me è il modo migliore per trasmettere dei valori, perché se sei troppo serioso, annoi, se sei troppo frivolo, vieni definito trash. Equilibrio… Nel libro c’è anche proprio la mia “Teoria sull’equilibrio”!

Poi mi piacerebbe che almeno una persona, leggendomi, si lasciasse andare e tirasse fuori dal proprio cassetto i propri sogni, troppo a lungo lasciati a fermentare. Ecco, questo sarebbe splendido! Sì, se lo facesse anche una sola persona : ) E nel libro è forte questa componente: il bisogno di (in)seguire la propria inclinazione, di trovare la propria strada e camminarci a piedi nudi, senza più il timore di tagliarsi.

Infine ci sono tanti aneddoti, retroscena e foto di personaggi noti, dallo stesso Gianni Morandi al mio amico Giuseppe Giacobazzi (che mi ha fatto l’onore di realizzare la Prefazione) a Baz, Paolo Migone, Sergio Sgrilli, Giovanni Cacioppo… tutti personaggi incontrati o con cui collaboro professionalmente con l’agenzia.

Eclissi Editrice mi ha supportato efficacemente nella produzione: non è stato facile creare un libro “non ordinario” come questo, con un format così sui generis, con foto, chiazze di inchiostro, banner, esami universitari con tanto di voto… sì lo so, detto così incuriosisce molto, ma si fa fatica a capire di cosa si tratti… occorre sfogliarlo e leggerlo! ; )

Ed è stato coraggioso da parte loro investire su di Me e per questo li ringrazio. Insomma, si è lavorato bene con Rosa e Marco di Eclissi, scontrandoci a volte, ma questo fa parte del gioco: alla fine però, quello che conta, è che ci siamo risvegliati dopo mesi di duro lavoro.. e ci siamo trovati d’accordo sulla cosa più importante: il libro ci piace moltissimo!

 

D-Gianni Morandi canta “Uno su mille ce la fa/ma quanto è dura la salita/in gioco c’è la vita”, una tua riflessione. E’ così difficile emergere nel mondo dello spettacolo? Nella scrittura?

Sì, è così difficile… ANCHE DI PIU’ DI “COSI’”!

Se uno ci crede davvero, se va fino in fondo, prima o poi, ce la fa.

Farcela non vuol dire avere successo per gli altri, ma per se stessi: quando abbasseremo le palpebre per l’ultima volta, conterà soltanto quello che abbiamo FATTO, di FATTO, e soprattutto quello che abbiamo realizzato rispetto a quello che avremmo voluto realizzare: se a quel punto uno, guardandosi allo specchio (della propria anima), è fiero del suo percorso, a prescindere dal successo commerciale, allora ce l’ha fatta davvero nella vita.

 

D- La situazione economica e sociale di questi mesi tocca profondamente anche il settore musicale ed editoriale. Pensi possa esistere una soluzione concreta per superare la crisi?

Smetterla di lamentarsi e darsi da fare.

 

D- Progetti per il futuro?

Andare in VACANZA!!!!!!!!

Sono esausto, perché, la promozione del libro è un lavoro sfiancante… ma devo dire la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità: TUTTO QUESTO E’ FANTASTICO E SONO MOLTO FELICE!

Ps: come di solito, concludo dicendo a CHI non acquista il libro o comunque non viene a trovarmi sul mio sitohttp://www.volevouccideregiannimorandi.it di stare attento: potrebbe fare la fine di Gianni Morandi!

 

a cura di Michela Zanarella

 

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Gen 16, 2013 - INTERVISTE    No Comments

The Wild Child, la genuinità del metal

The Wild Child, una della band più promettenti del metal italiano continua con determinazione ed entusiasmo la scalata al successo. I ‘The Wild Child’ nascono nel 2004 a Chiavenna (So), uniti dalla stessa passione per la musica hard rock e metal. Il loro percorso inizia come cover band di Black Sabbath, Judas Priest, Ozzy Osbourne, e W.a.s.p.

L’album “Wild Child” esce nella prima metà del 2012 e nella seconda metà dello stesso anno il gruppo si propone di potenziare la rete promozionale per far conoscere ad un pubblico più vasto il nuovo album ed entra così a novembre 2012 a far parte del parco artisti di ELFA Promotions. A Gennaio 2013 l’album è stato recensito anche su Metal Maniac. I The Wild Child sono Cris (voice), Mark (rythm and lead guitar), Matt (rythm guitar) e Paul (bass).

 

D- The Wild Child, tradotto in italiano, il ragazzo selvaggio, è il titolo di un film del 1970 diretto e interpretato da François Truffaut. Esiste un legame, una corrispondenza con il nome della vostra band o la scelta è del tutto casuale? Chi sono i The Wild Child?

Cris – No, non esiste un legame con il film, il nome The Wild Child l’ho proposto io perché ritengo che nella società moderna attuale c’è una parte dentro di noi che resta sempre bambina e magari a volte con un po’ di nostalgia si ripensa a come eravamo ai tempi che furono quando si viveva con poco e si era contenti ugualmente, gli occhi del nostro logo sono gli occhi di un bambino che guarda il mondo da un’ altra prospettiva, la nostra musica è un ritorno e un omaggio a quello che è stato il movimento heavy negli 70- 80 -90, quando era in ascesa, ecco questi sono i TWC, un gruppo di ragazzi nostalgici che amano la musica old stile.


D- Cos’è la musica per i The Wild Child?

R- Per noi la musica è un modo per poter comunicare le nostre sensazioni, narrare situazioni che la gente comune vive, esprimere dei giudizi sulla società moderna che non ci va affatto bene.


D-Siete considerati una della band più promettenti del metal italiano. Cosa caratterizza il vostro stile e cosa ha determinato l’interesse degli esperti del settore verso la vostra musica?

R- Ci lusinga essere considerati in questo modo, veramente. Secondo noi quella componente che fa la differenza è che i TWC fanno musica con passione senza pressioni esterne di nessun genere, musica spontanea che arriva agli orecchi di tutti senza presunzione, ecco forse è per questo che suscitiamo interesse, per la genuinità della nostra musica.

 

D-Ci sono stati gruppi del passato che in qualche modo hanno “contaminato” le vostre sonorità?

R-Essendo nati come gruppo cover di Ozzy Osbourne, Black Sabbath, Judas Priest, Wasp, certe sonorità sono impossibili da lasciare fuori, anche se comunque abbiamo un nostro stile, lo stile TWC che a nostro avviso, in questi tempi si discosta da mode e generi musicali “fotocopia”.

 

D- Quali sono le difficoltà maggiori nel rappresentare il genere metal nel panorama musicale italiano?

R-Solo il fatto di essere il paese della musica leggera questo preclude a priori lo sviluppo di altri generi musicali tipo il nostro, perché non riuscirebbe a creare il giro d’affari che c’è con la musica leggera, e di conseguenza pochi ti prendono in considerazione. Questo a nostro avviso è il motivo principale.

 

D- Come è avvenuta la realizzazione dell’album “Wild Child”? Chi vi ha supportato nella produzione discografica?

R-Abbiamo optato per registrare il lavoro in uno studio professionale senza buon esito, incaricando successivamente Mauro, persona molta competente e professionale di un altro studio, di sistemarci quello che poteva essere un lavoro buttato nel … , il quale con dedizione lo ha trasformato in quello che è il risultato finale consigliandoci poi gli studi Massive Art di Milano per il lavoro di mastering rivelandosi una scelta vincente. Essendo un lavoro auto prodotto volevamo che tutti i nostri sforzi non fossero resi vani.


D- Cosa ha significato per voi entrare a far parte dell’annuario 2012 di Rock Hard?

R- Un ottimo traguardo per una band che viene dai monti come noi, essendo per posizione geografica, svantaggiati rispetto al vivere in città, dove sicuramente hai tutto a portata di mano.

 

D- Progetti per il futuro.

Cris – Ho già scritto i testi di quello che sarà il nostro terzo album, ma per il momento vogliamo concentrarci su questo lavoro promuovendolo il più possibile, sarebbe bello per noi suonare in contesti più interessanti tipo festival o aprire il concerto a qualche band famosa, sarebbe veramente una figata!

 


a cura di Michela Zanarella

per Periodico Italiano


CONTATTI:

I TWC li potrete trovare su:

MYSPACE THE WILD CHILD BAND: http://www.myspace.com/thewildchildband

OFFICIAL PAGE FB: http://www.facebook.com/pages/The-Wild-Child/46702569485

Dic 20, 2012 - INTERVISTE, LIBRI E FUMETTI    No Comments

INTERVISTA A SILVANA FEOLA – un’autrice vera

 

 

Dopo avervi presentato la nuova pubblicazione di Silvana Feola, autrice di Latina, “Mamma ha il cancro ma fa la marmellata”, proviamo a conoscerla meglio attraverso qualche domanda che le abbiamo posto.

 

 

D – Ciao Silvana e grazie per averci concesso questa intervista. La prima cosa che vorremmo sapere da te è quando è stata la prima volta che hai pensato di mettere su carta le tue idee e quindi quando hai iniziato a scrivere.

 

 

 

R – Grazie a voi per avermi dato questa opportunità. La prima volta che ho iniziato a scrivere è stata quando ero ancora bambina, un’estate di tanto tempo fa, quando per la prima volta mi sono divertita a riempire tantissimi fogli protocollo con i miei racconti fantastici. Poi alle medie ho iniziato a scrivere anche poesie e da lì posso dire di non essermi più fermata.

 

 

 

D – Perchè hai iniziato a scrivere e cosa ti ha spinta a continuare?

 

 

 

R – Ho iniziato a scrivere per esternare quello che avevo dentro, pensieri, ma soprattutto emozioni, sentimenti. E ho continuato su questa strada. Ecco anche perché ripeto sempre che scrivo più col cuore che con la testa, in risposta alla necessità irrinunciabile di mettere su carta quello che ho dentro. E spesso questo mio bisogno di dar voce alla mia interiorità attraverso fogli e parole è anche terapeutica, perché mi aiuta a sfogarmi. Inizialmente scrivevo solo per me stessa, poi ho iniziato a condividere e a mettermi in gioco, partecipando a concorsi letterari per sottoporre a giurie di persone competenti i miei scritti. Ho ottenuto vari riconoscimenti per cui ho pensato che forse quello che ho da dire può valere qualcosa.

 

 

 

D – Perchè hai deciso di scrivere il libro: “Mamma ha il cancro ma fa la marmellata”?

 

 

 

R – Perché a un certo punto ho pensato che raccontarela nostra esperienza potesse essere utile anche ad altre persone. Nel mio libro racconto del cammino della mia famiglia a braccetto con la malattia di mia mamma, colpita da un cancro al seno. Accompagnandola alle sedute di chemioterapia osservavo le persone, come me, come noi, che rimanevano in sala d’aspetto e le ammiravo per l’incredibile dignità che contraddistingueva ogni singolo gesto. Che fosse un sorriso o una smorfia di preoccupazione, sia nei pazienti che nei loro parenti, ho visto un coraggio davvero ammirevole. Sentirmi una di loro mi ha fatta sentire più forte e soprattutto mi ha fatto sentire meno sola. Per cui ho pensato di scrivere il mio libro, soprattutto sperando di far compagnia a chi magari vive uno stato di sofferenza e ha bisogno di farsi forza specchiandosi in qualcuno che ha vissuto la sua stessa esperienza.

 

 

 

D – Se il tuo libro diventasse un film come te lo immagineresti?

 

 

 

R – Nonostante la serietà dell’argomento, sicuramente lo vedrei in una versione ironica e leggera, un po’ come ho cercato di rendere la storia nel mio libro. E’ vero che in una storia di cancro ci sono paura, preoccupazione e sofferenza, ma se si prova a vivere quest’esperienza con un po’ di ironia, cercando anche in momenti tosti, aspetti un po’ buffi, tutto può diventare più semplice. Pertanto, così come ho cercato di sdrammatizzare molte parti della storia, sia nella realtà che nel libro, così vedrei bene un eventuale trasposizione cinematografica.

 

 

 

D – Stai già lavorando, o per lo meno, hai già in mente un nuovo libro?

 

 

 

R – Ovviamente si. Non anticipo nulla, ma posso dire che la prossima storia sarà molto particolare. Non sarà una testimonianza vera, ma sarà una storia totalmente inventata e di fantasia, che non avrà a che fare né con la mia persona, né con la mia vita. Nonostante questo, metterò comunquepezzettini di mè e del mio mondo interiore nei miei personaggi. Parlerò sempre di sentimenti e il finale sarà ad effetto. Ora basta, perché ho già detto troppo.

 

 

 

A cura di Tiziana Lungo

 

per Redazione ELFA Promotions

 

www.elfapromotions.com

 

 

 
Dic 4, 2012 - INTERVISTE    No Comments

Gli Akram il gruppo del futuro

 

(ASI) Abbiamo incontrato gli Akram una giovane band emergente siciliana che può vantare già un discreto seguito grazie anche a ripetuti passaggi televisivi.

 

Per prima cosa chi sono e come nascono gli Akram?

Gli Akram sono una band formata da 4 ragazzi siciliani: Mirko Pellicane voce, Francesco Pantano basso, Domenico Inguaggiato batteria, Max Piro chitarre. Essi provengono da altrettante differenti culture musicali.

Nascono nel 2007 e dopo l’auto-produzione di “Realtà distorta”, un singolo che ha riscontrato molto successo in Sicilia, un tour organizzato da Tele Occidente e Radio Time, vengono scoperti e prodotti artisticamente da Massimo Vecchi, bassista e voce dei Nomadi.

 

Carpe Diem è il vostro singolo d’esordio che grazie alla trasmissione “Parole e Musica”su Tele Campania vi ha permesso di ottenere negli ultimi 4 mesi un discreto credito. Questa esperienza cosa vi ha insegnato e come vi ha cambiato?

La produzione e la divulgazione di ciò che abbiamo preparato, discusso, registrato con infinito amore e dedizione ci ha cambiati profondamente a livello professionale.

L’approccio con tutti coloro che hanno avuto la possibilità di ascoltarci e di conoscerci è sicuramente motivo di crescita grazie al confronto con i diversi tipi di ascoltatori e di artisti al tempo stesso.

Data la nostra produzione, i Nomadi, crediamo fermamente che sia fondamentale fondare le basi di un rapporto interpersonale con il pubblico, intimo e di continua gratitudine.

 

Rock, rock e ancora rock. Questo sembra essere il vostro biglietto da visita. A chi vi ispirate?

Sinceramente una vera e propria fonte di ispirazione non l’abbiamo mai avuta. Possiamo parlare di influenze in parte profondamente rock americane e in parte basate sull’analisi della melodia e la stesura di un testo all’italiana.

Crediamo fermamente che la melodia italiana sia la più dolce e affascinante del mondo e allo stesso tempo la più difficile da strutturare e sviluppare.

 

L’appuntamento con l’uscita del vostro primo album è sempre più vicina. Cosa raccontano le vostre canzoni? Potete anticiparci qualcosa di questo esordio?

Le nostre canzoni pur avendo un grande filo conduttore: la voglia estrema di ricercare il lato positivo di ogni minimo input che la vita ci regala, parlano molto di politica, analizzando il momento storico, parlano d’amore verso ogni tipo di razza, mettendo a confronto la nostra “evoluzione” con la bellezza di certe culture considerate ancora oggi “terzo mondo”. I testi sono profonde analisi di noi stessi, in quanto ragazzi, uomini, musicisti e a volte vittime del sistema.

 

Cos’è per voi la musica?

È la nostra ragione di vita. Il cemento che ci tiene uniti. Colonna sonora delle nostre giornate storte e di quelle dritte. Generoso mezzo di comunicazione tra noi e tutti coloro che hanno la bontà e la pazienza di ascoltarci e di seguirci. In pratica tutto.

 

Il mondo della musica è difficile e crudele. Per emergere cosa serve secondo voi oltre al talento?

Una buona dose di fortuna e soprattutto tanta tanta tanta pazienza e forza di volontà. Credere sempre in ciò che si fa senza illudersi. Dare il massimo del massimo senza aspettarsi mai un ritorno. Quel poco che torna indietro, svilupparlo e trasformarlo in esperienza e in passione.

 

Chi sentite di ringraziare per tutto il percorso artistico che state vivendo?

Prima di tutto ringraziamo con tutto il cuore i nostri amici, le persone care e la gente ce ci segue dal primo istante. Massimo Vecchi e lo staff Nomadi per la disponibilità e la pazienza con la quale stanno affrontando il nostro progetto e per averci insegnato come si affronta questo grande mondo, cime difenderci, come incassare e come ringraziarlo allo stesso tempo. E ringraziamo noi stessi per non aver mai mollato.

 

Dove possono trovarvi le persone che sono curiose di conoscervi ed ascoltarvi?

Sul nostro sito internet www.akramband.com, sul quale troveranno anche il link che lo porterà su I-tunes per l’eventuale acquisto del nostro singolo “Carpe diem” su facebook http://www.facebook.com/AkramRockIsLife e in giro per la Sicilia e l’Italia sui palchi, dal più piccolo pub alle aperture dei concerti di grandi artisti tipo Nomadi, Irene Fornaciari e tanti altri in avvenire.

 

Fabrizio Di Ernesto – Agenzia Stampa Italia

Ott 31, 2012 - INTERVISTE, MUSICA    No Comments

FABIO DEMA, L’ENERGIA DELL’ R&B

La vera passione di Fabio De Martino, in arte Fabio DeMa, è la musica Black e R&B. Nel 2006, a soli vent’anni, firma il primo contratto discografico con Sony/Bmg insieme alla band di allora: i “Matisse”. Dopo la breve esperienza in gruppo, però Fabio DeMa sente la necessità di provare a fare la propria musica da solo, di cercare la sua strada. Così nel 2011 si trasferisce a Milano, la capitale del business musicale, dove apre uno studio di registrazione. Da un paio d’anni collabora in qualità di produttore artistico con diversi artisti e band emergenti nel campo pop ed R&B e scrive le sue canzoni passando nottate in studio a cercare i suoni, i beat e i groove migliori per le sue basi. Recentemente ha realizzato un featuring con il rapper milanese Emis Killa incluso nel suo nuovo album “L’Erba Cattiva”. Si tratta di “Quello Che Ho”, brano scritto a quattro mani dai due artisti. MTV ha selezionato all’interno del progetto New Generation i suoi singoli. Con Fabio DeMa, l’R&B sta finalmente conquistando lo spazio che merita anche in Italia.

D- Ascoltando la tua canzone “Oggi non ho voglia” le sonorità riportano alla musica Black o meglio all’ R&B, come ti sei avvicinato a questo stile? Quali sono i tuoi modelli di riferimento?

L’incontro con la musica Black è avvenuto in modo del tutto spontaneo, fin da piccolo sono cresciuto ascoltando MJ e gli artisti della Motown.

Mi hanno sempre appassionato le metriche rapide, i beats potenti e l’energia che questo genere può trasmettere e così ho cominciato a produrre i miei primi beats e le mie prime songs.. certe cose non si scelgono ma sono loro a scegliere te.

D- Un’ esperienza discografica con i “Matisse” ed ora una carriera da solista. Quanto ha inciso nella tua formazione artistica il far parte di un gruppo? Cosa ti ha spinto nella scelta di fare musica da solo?

Il gruppo “Matisse” è stato il mio primo approccio alla musica a livello “professionale”, prima di essere colleghi uniti da un progetto, eravamo grandi amici e questa è una cosa importantissima quando si comincia a fare musica con altre persone perché non si è mai da soli, si gioisce insieme quando le cose vanno bene e si dividono i dispiaceri quando c’è qualcosa che va male.

Col tempo le nostre strade artistiche si sono divise, ma conserviamo un bellissimo rapporto di amicizia.

D- La ricerca e la sperimentazione del suono hanno determinato l’unicità del tuo stile. Dall’ esordio nel mondo della musica come si è evoluta la tua creatività?

Chi mi conosce lo sa, sono un polistrumentista, suono la chitarra, il basso, il piano e la batteria, ma nonostante questo mi sono avvicinato ad un genere in cui l’uso degli strumenti acustici è raro, ma questo mi aiuta ad avere un approccio più “musicale” ai beat che mi produco.

Da quando ho iniziato a far musica il mio stile si è evoluto negli anni, specialmente nei testi sono sempre alla ricerca di immagini nuove, punti di vista diversi.

A livello strumentale invece l’unica cosa che ti fa crescere davvero è lo sperimentare, non aver paura di osare… spesso passo giorni (e notti) a cercare i suoni giusti, a cercare i beat che spingono di più per poi costruirci una linea melodica coerente con il mio stile….

Il mondo della musica come del resto la società in cui viviamo è in continua evoluzione e di certo io non voglio restare indietro.

D- Hai collaborato con il rapper milanese Emis Killa, come hai vissuto questa esperienza? Sono previsti altri featuring?

Il feat con Emis Killa è stato un bell’incontro musicale tra due artisti diversi. Quando ho ascoltato il pezzo su cui voleva che creassi un ritornello, mi è piaciuto da subito, il tema era molto delicato e intimo e sono felice di aver contribuito a dare con la mia voce e le mie parole ancora più emozione ad un brano già bello di suo.

Certamente sono previsti altri Featuring, che usciranno a breve…poi ascolterete.

D- Una tua riflessione sulla validità dei festival musicali e dei talent show.

I talent sono senz’altro un buon mezzo per i ragazzi di farsi conoscere e di avere una grossa visibilità in poco tempo, ovviamente poi bisogna essere bravi a custodire la notorietà ottenuta, dando in cambio qualità musicale.

Una nota negativa è data quando le case discografiche si adagiano tanto a questo fenomeno, dando sempre meno spazio al talent scouting in “strada”.

D- MTV ha selezionato all’interno del progetto New Generation i tuoi singoli. Tv e social network sono un’ottima vetrina per la musica. Quali sono le tue aspirazioni dopo questa opportunità? Progetti prossimi futuri?

Mtv ha scelto il mio progetto e ne sono davvero onorato, è sicuramente un buon punto di partenza per dare visibilità ad un genere che in Italia ha ancora pochi rappresentanti….

Di sicuro nel prossimo futuro non vedo l’ora di cominciare a suonare live, è lì che la musica raggiunge la sua massima espressione, infatti sul mio canale “youtube” ho caricato delle canzoni eseguite live in acustico, senza Pc, senza magheggi, solo io e la mia chitarra.

a cura di Michela Zanarella

Lug 28, 2012 - INTERVISTE    No Comments

RICCARDO LATTERI, LA VITA TRA NOTE E RIME

Dopo l’album “La voglia di vivere” con la rock band “Libero Modo”, Riccardo Latteri sta preparando il suo primo lavoro discografico da solista “Il Garzone di periferia”. Michela Zanarella lo incontra

Dopo l’album “La voglia di vivere” con la rock band “Libero Modo”, Riccardo Latteri sta preparando il suo primo lavoro discografico da solista “Il Garzone di periferia”. Michela Zanarella incontra il cantautore romano per un’intervista.

D-Riccardo Latteri, che ricordi hai del tuo esordio in musica?

R- La musica è entrata nella mia vita quasi subito, è stata da sempre la mia compagna di viaggio da cui ho tratto coraggio, sacrificio e insegnamento. Da un certo punto di vista credo che ogni essere nasca con un’appartenenza ad un qualcosa che poi viene fuori con il tempo, ma che è sempre stato dentro di noi. Io ho iniziato a capirlo molto presto. Ricordo che ero molto silenzioso, timido e poco socievole, non amavo molto la confusione e da buon “Lucignolo” non ho mai amato la scuola, ricordo che fu proprio durante la vita scolastica che mi resi conto dell’importanza della musica, risale circa a quando avevo 4 anni e mia madre mi portava la mattina all’asilo . Iniziavo a piangere dal momento in cui entravamo nell’atrio del cortile della scuola, sentivo la mano di mia madre che piano piano allentava la presa una volta entrati in classe e sembrava un atroce abbandono al quale non volevo proprio arrendermi, mia madre usciva dalla classe ed io rimanevo attaccato alla finestra dell’aula, che si affacciava proprio sull’ingresso di quel posto condanna di tutte le mie mattine. Il mio pianto era un qualcosa di molto contagioso, tant’è che i miei compagni, iniziavano a piangere insieme a me e le povere maestre erano indecise tra l’imbavagliarmi e chiudermi nell’armadio o cercare una soluzione a questa agonia, così la mia maestra della quale ricordo ancora le braccia grandi e sicure, mi prendeva in braccio e mi diceva “dai Riccardo che mamma torna dopo, sai cosa facciamo? Nel frattempo che l’aspettiamo tu cantami una canzone che i compagni ti ascoltano”. Annuivo con la testa senza emettere il minimo suono, mi ritrovavo di colpo in piedi sulla cattedra con un circolo di bambini ancora mocciolosi del pianto contagiato attenti alla mia voce che di colpo usciva fuori strappando al silenzio la sua quiete e coinvolgendo chi mi stava intorno.

Da quel giorno in poi anche i miei genitori capirono che per rompere il mio silenzio, soltanto la musica ne conosceva il modo, la stessa sensazione la rivivo ancora oggi, quando poco prima di un Live senti il sussurrare delle persone che attendono, quell’attimo prima in cui l’adrenalina sale e l’inconscio di un folle menestrello prende possesso di un breve istante, ma così eterno da lasciare il segno nel destino.

Nel tempo poi ho iniziato a capire che come tutti sogni desiderosi di una realtà, anche la musica aveva bisogno di concreti percorsi come lo studio della voce, del suo mondo e degli strumenti, ad oggi però mi rendo conto che le mie parole e la scelta delle mie note nascono da un istinto naturale che qualcosa o qualcuno ha deciso di far nascere insieme a me circa 30 anni fa, per questo mi ritengo fortunato e mi sento di avere in questo mondo di condivisioni, qualcosa di unicamente mio.


 

D-Quali sono gli artisti italiani ed internazionali che più hanno influenzato il tuo stile?

R-Mi viene in mente una frase molto importante che disse John Lennon: “Cercare nel passato la propria arte ancor prima di farla dialogare con l’esterno significa dipendere da qualcosa che già è stato scritto, provare invece a lasciare libero l’istinto ed estendere nel suono il proprio inconscio, è dare un senso alla propria arte”, questo è Rock and Roll, non ci sono artisti a cui penso mentre scrivo, né metriche di scrittura sulle quali rifletto, una canzone è la più libera espressione del pensiero di un uomo, e la mia arriva da dentro, si avverte con un’ emozione, un mal di stomaco di un qualcosa che somatizza nel mio io, e lascia nel suono le parole che descrivono le pagine della mia vita.Devo dire che sono nato nel paese in cui la scrittura è forse esempio per tutto il mondo, siamo il paese con più poeti e la storia della nostra musica viene appunto riconosciuta per le splendide parole legate al suono di una canzone, sono cresciuto affascinato dalle parole di Vasco, dove ho trovato ribellione, da quelle di Ligabue dove ho trovato compagnia, da quelle di Raf dove ho trovato la bellezza delle donne e dell’amore che riescono a scatenare nel cuore di un uomo, ci sono anche artisti contemporanei come Fabrizio Moro che rappresentano secondo me l’esistenza del vecchio stile del cantautore e mantengono ancora le origini e i principi della nostra musica, per i nuovi emersi ?

Beh! Secondo me è stato troppo commercializzato e perso nell’interesse del mercato, non sono un amante dei reality, ma non ce l’ho con i ragazzi che partecipano o emergono tramite questi mezzi, per un sogno a volte si fanno cose estreme, come perdere i propri ideali o diventare uno strumento di guadagno per chi gestisce il destino degli artisti. Non c’è più un testo che mi emoziona e sento che la musica italiana sta perdendo proprio l’aspetto della sua originalità, tanti interpreti, scelta forse di risparmio per i diritti di autore, e nessuno che ha voglia di raccontare un qualcosa, ammirazione per chi vocalmente riesce ad avere una tecnica meravigliosa e raggiunge dei suoni sublimi, ma questo secondo me fa parte di un altro mondo della musica, il pop e il rock hanno bisogno di cantautori, anche perché poi nel tempo i maggiori esponenti sono stati proprio coloro che forse poco padroni di una tecnica canora esaltante, hanno rubato l’attenzione con le loro parole e le loro riflessioni, per me è un dato di fatto, senza menestrelli e scrittori, nessun interprete anche il più dotato avrebbe parole per emozionare.

Lo stile o genere, beh! Forse appartiene ad altri paesi, adoro la bellezza e la solarità del Reggae, là dove mi viene in mente un detto romano risalente proprio ai vecchi vicoli del borgo di Roma “ De poco se campa e de gnente se more”, i popoli che hanno esaltato questo stile, sono cresciuti in paesi dove la miseria e la fame sono padroni del sistema, ma cantano inni alla gloria e alla vita con il sorriso di chi orgoglioso sa forse capire quale sia l’essenza dell’esistenza e i veri valori . La mia natura pero è nel Rock, il primo gruppo che ho avuto infatti era una cover band di Guns and Roses , Europe, Nirvana, avevo circa 14 anni. Mi piace il sound dei Led Zeppelin, i Moose, i Black Crow, ACDC, lo stile inclassificabile e forse unico dei Queen, con la capacità forse non umana di Freddy Mercury, i Doors, e tutto ciò che ha portato e forse restituito all’umanità quel senso di ribellione fuori dagli schemi del potere e che ha ridato in parte la Libertà che ogni uomo cerca nella propria vita.

Ecco forse nel genere sono influenzato da questi aspetti.

 

D-Nel 2005 prende vita il progetto di una rock band, i Libero Modo, ci racconti com’è nato il gruppo?

Era già qualche anno che studiavo canto e chitarra, i miei insegnanti sono Letizia Mongelli per il canto e Alessandro Clementoni per la chitarra, li ho conosciuti entrambi nella scuola di Alberto Giraldi “Domani musica”dove è iniziata la parte professionale del mio mondo, così sentii il bisogno di dare libera uscita a quei pensieri su un foglio di carta , un’ identità ed uno spazio dove poter essere libero. Incontrai in quei giorni Fabio Celli, chitarrista, ed insieme iniziammo a lavorare sulla ricerca di elementi per mettere su una band. Avevamo gia dei pezzi e bisognava soltanto trovare altri ragazzi che fossero interessati al progetto. In parallelo ci arrivò l’invito tramite altre conoscenze di partecipare ad Emergenza Rock, una manifestazione per band emergenti che si tiene in tutta Italia ed Europa. Cosi tramite ricerche arrivarono Emanuele Marafini (Chitarrista), Fabio Folchi (batteria) e Simone Miccoli (basso).Da quel concorso in poi ci furono diverse avventure ed esperienze, eravamo ormai come una famiglia e abbiamo segnato la vita di ognuno di noi con l’incisione del primo album intitolato “La voglia di vivere”, forse proprio il senso da cui è nato il nome della Band, “Libero modo” infatti rappresenta la maniera , lo scopo e il senso della vita di cinque ragazzi alla ricerca della Libertà elemento fondamentale poi per la felicità.

L’album usci nel 2009 con gli arrangiamenti di Alessandro Clementoni, registrato nello studio DO IT di Artena di Patrizio Palombi, un amico indiscusso nel tempo che ancora oggi è presente nella mia vita e fu un lavoro con un discreto successo. Non riuscimmo mai a trovare qualcuno che fosse intenzionato a promuovere il disco purtroppo, forse anche perché avevamo una concezione diversa della musica tra di noi nonostante fossimo umanamente molto legati, ma per quanto poi sia stata un’ esperienza forse poco produttiva per la popolarità necessaria di un artista, per me rappresenta un passaggio fondamentale nel mio crescere artisticamente e ho un ricordo bellissimo di quei quattro anni che porto sempre con me , anche adesso che magari sul palco mi esibisco con altri artisti, ma porto con me l’energia dei miei amici e tutto quello che abbiamo creato insieme.

 

D-Nel 2010 intraprendi la carriera da solista, ci spieghi il motivo di questa scelta?

Credo che il termine per sempre non appartenga alla mia realtà, ho vissuto emozioni forti che lasciano segni indelebili, ma a parte la musica, nulla è stato mai per sempre, se per colpa mia, del destino o di chi ho incontrato questo non lo so, ma tutto come inizia per me prima o poi finisce, e forse è proprio quell’amaro che invade la mancanza di un qualcosa che mi spinge verso il mio domani, la ricerca, un percorso così ambito forse da essere ancor più bello del traguardo stesso, ma per guadagnare metri si perde qualcosa e si guadagna del crescere.

Ho intrapreso la carriera da solista perché negli ultimi tempi ormai non avevamo più stimoli con il gruppo, si era persa la sintonia, la voglia di fare e forse non per tutti la musica era lo scopo della propria vita, un gruppo è come una macchina e per fa girare al massimo il motore ogni ruota deve girare alla stessa velocità. Forse anche questa è stata una esperienza vittima della mia concezione del per sempre, ma che comunque come sempre mi ha privato della presenza nella vita professionale di persone molto importanti, ma mi ha fatto guadagnare un qualcosa in più nel mio crescere artisticamente,forse oggi mi sento ancor più Libero in un certo senso, anche se solo.

 

D-Nella tua biografia affermi:” Raccontare ciò che vivo tra note e rime è quel che mi rende felice”. Una tua riflessione, un pensiero sul concetto di felicità.

Bella domanda, la felicità?…..Cosa sia esattamente o dove si trovi o che aspetto abbia credo che sia uno dei misteri più antichi e difficile della nostra esistenza e psiche, ognuno di noi ha un proprio concetto di essa, il mio è forse nel brivido del destino, oggi ho quasi 30 anni e forse non ho visto ancora nulla di ciò che sarà il mio domani, ma posso dire che la felicita è stata parte del mio animo ogni volta che ho sentito la vita scorrermi nelle vene, un amore, un sorriso, un obiettivo raggiunto, un concetto combattuto, un qualcosa portato avanti contro il sistema e contro corrente, un qualcosa per guardarmi allo specchio e sentirmi vivo, questo è secondo me la felicità, è il senso del mio cammino che gira tutto intorno ad un suono, non so se domani i miei sogni troveranno spazio nella realtà, ma voglio guardarmi indietro in quel domani e dire di essere stato fedele al progetto della mia vita, di aver vissuto con uno scopo e di aver lasciato un qualcosa da ascoltare, Tutti abbiamo bisogno di musica, basta perdersi con gli occhi nella realtà quotidiana, come chi nel traffico si lascia andare in una canzone.

Ciò che mi manca oggi per avere questo? Non credo l’arte, quella credo di averla e lo vedo nel risultato di ciò che compongo e scrivo, ma purtroppo il suono ha bisogno di popolarità e per questa c’è bisogno di una vetrina dove poter arrivare alla gente, ma le vetrine attuali propongono il conveniente non l’utile, sempre meno spazi per suonare, troppi soldi da investire per chi è emergente, e forse c’è anche un pò di colpa nel chi ascolta, perché se queste vetrine hanno un successo, beh! Qualcuno dovrà pur aver contribuito credo. Ma non demordo e che siano 100 o 10000 le persone a cui arrivo, lo faccio sempre con la gioia di aver trovato qualcuno che abbia voglia di ascoltare, forse questo è il concetto del diventare grandi,capire quanto sia importante saper ascoltare il silenzio del mondo.


 

D- Stai lavorando ad un nuovo album, qualche anticipazione sui tuoi prossimi impegni.

R- Il mio prossimo progetto è il mio primo album da solista, si intitola “Il garzone di periferia” sto lavorando con Fabio Raponi e Jacopo Ruggeri, per quanto riguarda gli arrangiamenti, e nello stesso tempo sono alla ricerca di qualcuno che abbia voglia di ascoltare, sono un pò a corto di Live sia perché non ho soldi per produrre uno spettacolo sia perché non si trova molto spazio, ma andiamo avanti e spero a breve di presentarvi il singolo del nuovo album, magari tramite un video o nella mia pagina ufficiale di facebook, dove si possono ascoltare e sapere tutte le news che mi riguardano.

Io ti ringrazio tantissimo per la cortese attenzione, spero di essere stato esauriente nelle mie risposte e grazie ancora per lo spazio che mi hai dedicato.

Un saluto a tutti e Rock on every days !!

 

a cura di Michela Zanarella

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